
Vorrei raccontarvi ora la simpatica storia delle mie case, e quindi di come si sono susseguite in una serie clamorosa di sfortune, volute o cercate.
Farò iniziare questa storia da Torino, nel caldo (boh, magari non lo era ma un aggettivo ci stava bene) Settembre del 2007, io ero un ragazzino fresco di maturità ed ero carico, carichissimo di essere la matricola 14equalcosa del Politecnico di Torino, III Facoltà dell’informazione. Suonava veramente bene. Avevo preso casa in via Mombasiglio, credo fosse il 17 o il 19, primo piano, casa anni ’50 ristrutturata da poco, piacevole, calda e molto grande, molto più decente della media, scoprirò poi. Andando via da casa da solo, senza alcun amico lissù al nord, era già un’esperienza drastica: metteteci poi che i miei coinquilini erano: Clemens, bravissimo tedesco più italiano che germanico in Erasmus, sapeva come goderselo, diciamo così. Shirkah (o simile), gran videogiocatori, uno dei primi nel campionato indiano, studiava insieme al suo coinquilino, quindi anche mio, Andy (in realtà si chiamava in altro modo ma io e Clemens lo chiamavamo così per evidenti difficoltà linguistiche). Vivevano con il fuso orario indiano, e quindi te li trovavi in cucina la notte alle 3 a cucinare una cipollata – ne usavano sempre troppa, troppissima.
Fatto sta che un giorno si ruppe la magia e non riuscivo a stare più in quella casa; letteralmente, non riuscivo più a dormirci e fui costretto a cambiarla, a salutare quel melting pot per approdare in un lido più sicuro, in via Frejus (pronunciato freius dai torinesi), con un coinquilino calabro doc – circa Catanzaro. Anche questo appartamento era anni ’50, ma era rimasto così da allora, se non fosse per una bizzarra tintura giallo limone della camera e per il frigorifero, nuovissimo in mezzo ad una cucina in formica marrone che faceva molto mia nonna. In questa casa ho trascorso circa 6 mesi, quelli che mi ci sono voluti per capire che non volevo studiare quello e che Torino è magica. Fatto sta che sono andato via, sorretto dal fatto che non avevo poi stretto una così grande amicizia con il mio compagni di casa, mangiatore di soppressata, che tra l’altro viveva barricato in camera a dormire o studiare – mai che lo avessi visto andare a lezione, chissà.
Mi ritrovo quindi nella casa natïa, via Colle Sapone 10, L’Aquila. Casa mia, casa grande, casa bella e confortevole, ma anche casa terremotata e quindi casa inagibile. Si susseguono quindi una striscia variegata di abitazioni (Roma, caotica, Pescara, caldo e zanzare, Rocca di Mezzo, freddo e lupi) fino a che non approdo in via Stalingrado, a Bologna, in un simpatico e ridente condominio vista puttane gestito da una discutibile cooperativa di ragazzi napoletani. Non c’erano grossi svantaggi, eccetto la distanza, il caldo e la wifi vincente come L’Aquila Rugby. Ed eccetto il fatto che dopo le vacanze estive, ho ritrovato la camera sigillata ed i muratori che hanno buttato giù un paio di muri ed unito l’appartamento a quello vicino, rigorosamente senza avvisare nessuno. Ok, un paio di settimane e me ne sono andato anche da lì.
Ecco che mi imborghesisco e scelgo una bellina mansarda centrale, su via Irnerio. Dove non può rovinare nulla la casa in sé, ci pensa l’ex inquilino che mi incastra con una storia di mobili e mi porta sull’orlo della crisi di nervi, tra minacce di avvocati ed insulti – giustissimi da parte mia, meno da parte sua. Ora lascerò anche questa per buttarmi in una bellissima esperienza, ma prima di questo, due consigli: badate bene al tetto che mettete sopra la vostra testa e non vi fidate di WordPress che mi fa riscrivere due volte lo stesso post.
pic by sparth