Tenero elenco di termini desueti che i social network hanno riportato in auge

1. Al primo posto della classifica che ogni magazine di successo dovrebbe ripubblicare non c’è un vero e proprio termine quanto piuttosto un carattere: # aka cancelletto aka sharp.

Conosciuto ed utilizzato negli USA per indicare un numero, era famoso per la sua applicazione nel glorioso campo degli scherzi da telefonia mobile: scrivendo infatti #31# prima del numero di telefono da chiamare si verificava la magia dell’anomimato. Il numero era nascosto e la vittima non poteva immaginare chi c’era dall’altro capo del telefono. Pare che tutt’oggi ci sia gente che prima di utilizzarlo si chiami per verificare che effettivamente funzioni.

2. Non perdiamo tempo ed arriviamo alla seconda posizione dove troviamo le notifiche: prima di Facebook e prima che gli iPhone impazzassero se ne trovavano a bizzeffe solo nel Codice di procedura civile, e permettetemi di dire che sono sempre state un argomento ostico. Dopo lo sviluppo tecnologico del 2007 invece sono diventate un poco piacevole strumento di invasione della propria quiete che ti avvisano del fatto che un tuo remoto amico ha pensato di pubblicarti dei teneri quanto utili gattini sulla bacheca.

3. Ed infatti sul gradino più basso del podio troviamo la bacheca: se fino a 5 anni fa era solo un pezzo di legno e sughero che ogni universitario sognava di appendere in camera fin dalle elementari e solo andando via di casa ha invece ottenuto, oggi la bacheca diventa un po’ come la propria carta d’identità. Piena di link inutili, foto testimoni di serate tragiche e di quei video di gattini di cui parlavamo sopra (a proposito, sapete quanti ce ne sono in giro di quei video? Facendo i conti secondo me ce ne sono almeno uno per ogni gatto del mondo)

4. Fuori podio troviamo amicizia: non tanto perché sia un termine desueto quanto perché nessuno aveva mai avuto il coraggio di definire tale il gesto di premere un + sullo schermo.

5. A metà classifica campeggia il profilo: usato solo per definire un serial killer in CSI oppure in qualche lezione di pittura o fotografia, è oggi la vera identità di ogni ragazzo. Non importa chi sei e cosa fai, l’importante è che tu lo abbia pubblicato sul tuo profilo. Utilizzato anche per emarginare le persone con epiteti del tipo “ma come non c’hai il profilo su facebook?”

6. Come non parlare del verbo condividere? Bei tempi quanto la condivisione implicava un sacrificio, un impegno, uno sforzo. Oggi condividere vuol dire rompere le palle agli altri utenti postando link di video di gattini sulla rete. Giuro che non ho nulla contro i gattini: se impazzassero i video di criceti scriverei di quelli.

L’elenco è tenero, e quindi per ora si ferma a 6 punti. Mi riservo il diritto di aggiornarlo nelle giornate più uggiose.

Tutta mia la città

Un segno dei tempi che cambiano. Quando mi spostai da L’Aquila a Torino – la prima esperienza di vita fuori dalla calda e dolce famiglia – per andare a studiare, rimasi colpito dal fatto che nelle grandi città, in macchina c’è sempre un Tuttocittà”.

Era la seconda sera che uscivo con degli amici, ci incontrammo ad una festa de l’Unità in una zona abbastanza lontana da dove avevo preso casa. Finita la serata dovevano riportarmi a casa ed io tentavo di spiegare dove fosse la strada di casa mia, che per inciso poteva anche essere in Vietnam, per me.
Al che, una ragazza va in macchina e tira fuori il tuttocittà, questa bibbia ingiallita che teneva nel cruscotto e che in qualche modo mi ha salvato dal dormire in un parco malfamato di Torino. E lì ho scoperto parlando con loro e con altri ragazzi di altre grandi città, che quella guida tascabile era veramente in ogni macchina, altrimenti potevi anche morire cercando una via.

Quello che volevo sottolineare è che state pensando: ma vedere su Google Maps? Il bello è che era il 2007, solo 5 anni fa, e l’iPhone non era ancora stato presentato. Ancora non esisteva. Google Maps (forse ancora Local) probabilmente era ancora in beta, ed insomma, nel 2007 ci si orientava ancora con tuttocittà. Peccato che non li distribuiscano più.

Fine del post inutile e scritto male.

La finestra sul cortile

Passiamo spesso dalle parti dell’IKEA a Bologna, anzi direi che settimanalmente ci facciamo un giro per sentirci coccolati in quella grande famiglia svedese e ricordarci il sapore delle polpette – di betulla, sicuramente.

In tutta l’esposizione al piano superiore – camerette splendide, salotti accoglienti e cucine da sogno – c’è un angolo particolarmente interessante: è una cucina con isola centrale molto ben arredata, bianca, piano in granito e tanti altri dettagli familiari e sorridenti come solo l’IKEA sa fare. La cosa che veramente distingue questo da altri ambienti è che è l’unico dotato di una vera finestra. Tutta l’esposizione è in un capannone industriale chiuso, le aperture sono finte, balconi compresi: ed invece lì, in quella cucina, c’è una finestra, quadrata, che affaccia sul parcheggio e riceve sempre sole. Non ci si fa caso, non ti colpisce da subito che quella è effettivamente l’unica finestra. E non la vedi neanche da fuori se non ci fai caso: è su un muro laterale, e tu sei attratto dalla gigantesca scritta IKEA (Vasco Brondi, scusa) illuminata e non ci fai caso a quella piccola finestrella che dall’interno fa la differenza.

La morale? Se comprate le polpette allo shop alimentare, prendete anche la salsa da fare e la marmellata di mirtilli che sono sempre in offerta.

MegaUpload, SOPA e copyright infringement

Anche io ho protestato nei giorni scorsi contro l’adozione al Senato USA del Stop Online Piracy Act (SOPA) oscurando il mio blog. Non che se ne sia accorto qualcuno, ma è il pensiero che conta. Per chi fosse stato offline negli ultimi mesi, il SOPA (o la SOPA?) è un progetto di legge che, con la scusa di creare utili strumenti per la lotta del copyright infringement sostanzialmente attribuisce ad autorità non giudiziarie la facoltà di censurare a proprio piacimento e preventivamente i contenuti della rete. Un abominio insomma.

Il succo della protesta, promossa tra l’altro da Google come da mille altri grandi nomi del web mondiale (Wikipedia oscurata si ricorderà..), per chi non l’avesse afferrato non è quello di poter scaricare illegalmente musica, film e software ma garantire la libertà di informazione del mezzo internet e combattere le possibili censure che con il SOPA potevano essere messe in atto da chiunque.

Ieri (19 Gennaio) la notizia dell’oscuramento di Megavideo e tutti i siti collegati alla sua società – in tutto sono circa una ventina del tipo Megaqualcosa.com, dell’arresto degli amministratori della società con sede legale in Nuova Zelanda e la confisca di oltre un centinaio di milioni di dollari con annesse Maserati, Ferrari e Mercedes. L’inchiesta “Mega Conspiracy” promossa dall’FBI muove accuse molto gravi: oltre alla violazione del diritto d’autore tramite la diffusione non autorizzata di materiale ad esso soggetto è stato contestata l’esistenza di una struttura in scala mondiale per il riciclaggio di denaro frutto di attività illecite. Quantificando, si parla di 500 milioni di dollari di danni verso i proprietari dei diritti d’autore e di 175 milioni di incassi illeciti. Sono cifre assurde che gli amministratori di questa società hanno realizzato diffondendo illegalmente materiale protetto. E questo è incontestabile. E lo sapevano TUTTI.

A seguito di questa operazione, il gruppo Anonymous scatena una serie di attacchi contro dei siti governativi americani per ripicca contro la chiusura di MegaUpload.

Una serie di considerazioni personali: chi ha protestato contro il SOPA non può ora difendere né MegaUpload né tantomeno la vendetta di Anonymous. Questo gruppo di hacker (per modo di dire, intendiamoci) ormai sono sempre più allo sbando e se prima hanno supportato battaglie legittime come quella di Wikileaks ad oggi si ribellano contro ogni tipo di azione sindacando sulla sua legittimità come fossero i padroni di internet e dei principi del diritto del web. Un caso su tutti, quando attaccarono i server della Polizia Postale dopo che furono arrestati alcuni dei loro componenti per crimini commessi. Insomma, ormai agiscono sotto l’anonimato per fare i beati comodi loro ed erigersi a paladini della difesa dei diritti online. Ma, come si diceva una volta, not in my name.

Il tempismo dell’azione dell’FBI è strepitoso, a ridosso delle manifestazioni anti SOPA. Ma appunto per questo, se crediamo veramente che questo progetto di legge sia sbagliato, non possiamo difendere dei criminali né tantomeno dei criminali che vendicano altri criminali. Di servizi di storage online ce ne sono, gratuiti ed a pagamento, MegaUpload era decisamente votato all’illegalità. I nuovi store online di musica, video e software hanno abbassato i prezzi e facilitato ogni tipo di acquisto. Non ci sono più scuse per rubare.

Ps. A questo link potete trovare il testo integrale del procedimento dell’FBI.

Le carte di Enea

Voglio raccontare una cosa che ho scoperto stamattina, magari voi che frequentate L’Aquila più di me lo sapete già, qualche giornalista ben attento lo avrà già riportato, tra le tante notizie e le storie di questo posto. Io no, me ne accorgo solo ora ma visto che è Natale e dovrei scrivere qualcosa di puccioso, lo faccio.

È la storia di un gruppo di anziani che, non sapendo come trascorrere il tempo e sopratutto dove farlo, ha iniziato a giocare a carte sotto una pensilina degli autobus, non credo più attiva, alla Fontana Luminosa (in centro, per chi non la conosce). Come? Un tavolino di plastica bianco, quelli da bar sulla statale e qualche sedia, si organizzano il pomeriggio in tornei di briscola e tressette, lì sotto. Da mesi, ogni giorno, chissà se la domenica invece la passano a casa. “casa”, insomma, il posto dove stanno ora.

Chiaramente però con l’avanzare dei mesi, il clima non ti permette più di giocare a carte all’aperto, sopratutto ad una certa età, per cui il comune ha riciclato il container che prima era una base operativa dei Vigili del Fuoco e glielo ha donato, così, solo se proprio non riescono a star fuori, vanno lì dentro e continuano il loro torneo.

Si dice che siano anche veramente agguerriti, i regolamenti serissimi e l’organizzazione perfetta: non sono dei dilettanti. Ora sulla porta del container c’è anche una scritta:

Circolo Anziani
“Quelli della pensilina”

Diritto al socialing

Sintetizzando, twitter è un maginifico strumento di marketing del proprio ego. Questo estremizzando le note polemiche che mi saltano ultimamente leggendo ciò che viene postato in giro.

Da dove viene questa dolce presa di posizione? Dal caos che ultimamente è nato su twitter e sulla sua commercializzazione, sulle numerose iscrizioni di più o meno vip a questo altro social network che viveva in santa pace già da anni. Il problema però per me è un altro: quello di quale funzione abbia questa piattaforma nel mondo ed il diritto, passatemi l’espressione, a farsi i cazzi propri.

Sul primo punto. Non c’è dubbio che twitter ultimamente abbia contribuito un pochino a cambiare il modo in cui stiamo al mondo: è stato lo strumento di comunicazione principe durante la c.d. primavera araba - le rivoluzioni di Libia, Tunisia, Egitto, Siria – che ha permesso alla gente di organizzarsi e di bypassare un’informazione controllata di regime, fino ad arrivare al live tweet della Costituente in Tunisia, la cui popolazione non aveva la vaga idea di cosa potesse essere la libertà d’espressione.
Ha cambiato il modo in cui, anche in paesi civili (?) come l’Italia, le notizie si diffondo: dall’utilità sociale durante l’alluvione di Genova dei primi di Novembre in cui si retwittavano numeri di emergenza e consigli per i soccorsi, alla fase delle dimissioni del vecchio governo / nomina dei nuovi ministri: il vicedirettore di un giornale che fa trapelare una notizia, poi smentita, e che sconvolge la borsa e la nomina di un Ministro, anticipata dalla rete più che dalle canoniche agenzie di stampa.

Insomma, twitter può molto da questo punto di vista. Ma on the other hand, twitter è un social network e come tutti gli altri, è – e aggiungo, è giusto che sia anche così – utilizzato per uso personale e puramente “ludico”. Infatti, da un’analisi cronologica, vengono prima i cazzoni che i salvatori dell’informazione: da anni infatti si cinguetta dei fatti personali, si inventano giochi di gruppo con gli hashtag e si usa internet sostanzialmente per perder tempo. Curioso il fenomeno delle tweetstar, ossia individui più o meno anonimi che diventano popolari per nessuno o qualche motivo: spesso semplicemente perché fanno naturale esibizione di una volgarità poco espressa, fortunatamente, nella vita reale e che trova una buona via d’uscita dietro un nickname (anche se alcuni ormai, vista la notorietà, sono ben conosciuti). Personaggi che a volte rinunciano alla dignità per avere dei follower; ma va bè, il mondo è bello perché  e vario ed ammetto che io stesso a volte faccio fatica a non dare una sbirciata ai loro profili per farmi due risate. Ma chiaramente, non perché la goliardia sia venuta prima il mondo di twitter appartiene a loro, anzi!

Ultimo caso, quello più recente, è quello dei vip che cercano una nuova gloria in 140 caratteri: sorvolando su chi c’è da sempre e sulle “celebrità” che utilizzano realmente twitter per qualcosa (penso ai vari giornalisti straseguiti), l’esempio più eclatante credo che sia stato Fiorello. Due mesi fa si iscrive nel social network e si dimostra uno dei più attivi in assoluto, con foto e video ogni mattina (la “famosa” rassegna stampa con Cesare), balzando a oltre 150.000 follower. Guarda un po’, le sue incursioni mattutine nell’edicola aprono il suo show che segna il gran ritorno sulla prima serata di Raiuno, super share e quant’altro, e segna anche l’ingresso di twitter nell’alta società anziana del pubblico della prima rete, declamato in ogni momento ed ogni angolo del programma. Difficile non pensare come l’iscrizione al social network non sia stata una geniale pensata di un ufficio stampa veramente ben preparato: comunque sia andata, 10+ all’operazione.

Dopo questa bella analisi dei fatti vorrei piuttosto far notare come possano benissimo coesistere su twitter le sue due anime, serie e scherzose: chi non se ne vuole sentire intaccato, basta che non si occupi dell’altra, non è difficile, basta selezionare accuratamente chi seguire. Se vi fa schifo Gerry Calà, basta non includerlo nella lista e non imprecare perché c’è anche lui mandandolo nei trending topics. Se vi rompete a leggere cose serie, condivisioni di link di articoli interessanti e costruttivi, idem, potete leggere gli aggiornamenti di un @dietnam qualunque e risolvete la faccenda.
L’importante è che non vi sentiate in diritto di dire cosa può e cosa non può stare su twitter perché, e chiaramente lì è il bello, lì è la “democrazia del mezzo”, tutti posso essere presenti e scrivere quello che vogliono. Sta a voi ottimizzarlo e ritagliarlo secondo le vostre misure.

Ordinaria partecipazione

Come episodio della magica ed inesistente rubrica dei momenti particolari che nessuno ha mai classificato c’è quello che riguarda i momenti che per gli altri sono il cambiamento di un’epoca, se non della vita, e che per te sono ordinari. Questo spesso accade all’interno degli ambiti lavorativi: mi viene da pensare alla noia della commissione di laurea in un momento che per noi è uno dei più gratificanti della nostra esistenza.

Due sono i momenti in cui provo anche io questa sensazione: uno è durante i matrimoni che vado a fotografare. È strano trovarsi lì, in mezzo alla gente che freme, a fianco dello sposo nervosissimo che aspetta la sua futura moglie sull’altare, lo scambio delle fedi, e ricordare tutte le volte che in effetti mi sono trovato di fianco ad uno sposo impaziente e a delle fedi scambiate. Cioè, ormai non c’è proprio nulla di speciale nella formula recitata dal prete: anzi, dopo un po’ recito a memoria sia la messa che gli art. del Codice Civile. Spero di non sentirmi così anche durante il mio matrimonio – scherzo. Deve essere un po’ come si sente un ginecologo..

L’altra situazione in cui provo questa sensazione è in certe particolari partite di basket che arbitravo: spesso capita di assistere ad azioni che possono essere importanti sia per i ragazzi che giocano, sia per le squadre coinvolte. Per te no, fai semplicemente quello che devi fare ed al meglio, non parteggiando per nessuno ed essendo partecipe il meno possibile della loro emotività. Puoi arbitrare quella che sarà l’ultima partita di una grande squadra e ritenerla un brutto match, senza spunti né entusiasmi, trascurando perfettamente quello che costerà poi a giocatori, società e tifosi.

Spero di non offendere nessuno ma purtroppo il mondo, principalmente in campo lavorativo, credo funzioni proprio così: un rapporto costante tra l’eccezionalità e l’ordinarietà, momento fondamentale da un lato e normalità dall’altro.

 

Una casa è una macchina per abitare

Vorrei raccontarvi ora la simpatica storia delle mie case, e quindi di come si sono susseguite in una serie clamorosa di sfortune, volute o cercate.

Farò iniziare questa storia da Torino, nel caldo (boh, magari non lo era ma un aggettivo ci stava bene) Settembre del 2007, io ero un ragazzino fresco di maturità ed ero carico, carichissimo di essere la matricola 14equalcosa del Politecnico di Torino, III Facoltà dell’informazione. Suonava veramente bene. Avevo preso casa in via Mombasiglio, credo fosse il 17 o il 19, primo piano, casa anni ’50 ristrutturata da poco, piacevole, calda e molto grande, molto più decente della media, scoprirò poi. Andando via da casa da solo, senza alcun amico lissù al nord, era già un’esperienza drastica: metteteci poi che i miei coinquilini erano: Clemens, bravissimo tedesco più italiano che germanico in Erasmus, sapeva come goderselo, diciamo così. Shirkah (o simile), gran videogiocatori, uno dei primi nel campionato indiano, studiava insieme al suo coinquilino, quindi anche mio, Andy (in realtà si chiamava in altro modo ma io e Clemens lo chiamavamo così per evidenti difficoltà linguistiche). Vivevano con il fuso orario indiano, e quindi te li trovavi in cucina la notte alle 3 a cucinare una cipollata – ne usavano sempre troppa, troppissima.

Fatto sta che un giorno si ruppe la magia e non riuscivo a stare più in quella casa; letteralmente, non riuscivo più a dormirci e fui costretto a cambiarla, a salutare quel melting pot per approdare in un lido più sicuro, in via Frejus (pronunciato freius dai torinesi), con un coinquilino calabro doc – circa Catanzaro. Anche questo appartamento era anni ’50, ma era rimasto così da allora, se non fosse per una bizzarra tintura giallo limone della camera e per il frigorifero, nuovissimo in mezzo ad una cucina in formica marrone che faceva molto mia nonna. In questa casa ho trascorso circa 6 mesi, quelli che mi ci sono voluti per capire che non volevo studiare quello e che Torino è magica. Fatto sta che sono andato via, sorretto dal fatto che non avevo poi stretto una così grande amicizia con il mio compagni di casa, mangiatore di soppressata, che tra l’altro viveva barricato in camera a dormire o studiare – mai che lo avessi visto andare a lezione, chissà.

Mi ritrovo quindi nella casa natïa, via Colle Sapone 10, L’Aquila. Casa mia, casa grande, casa bella e confortevole, ma anche casa terremotata e quindi casa inagibile. Si susseguono quindi una striscia variegata di abitazioni (Roma, caotica, Pescara, caldo e zanzare, Rocca di Mezzo, freddo e lupi) fino a che non approdo in via Stalingrado, a Bologna, in un simpatico e ridente condominio vista puttane gestito da una discutibile cooperativa di ragazzi napoletani. Non c’erano grossi svantaggi, eccetto la distanza, il caldo e la wifi vincente come L’Aquila Rugby. Ed eccetto il fatto che dopo le vacanze estive, ho ritrovato la camera sigillata ed i muratori che hanno buttato giù un paio di muri ed unito l’appartamento a quello vicino, rigorosamente senza avvisare nessuno. Ok, un paio di settimane e me ne sono andato anche da lì.

Ecco che mi imborghesisco e scelgo una bellina mansarda centrale, su via Irnerio. Dove non può rovinare nulla la casa in sé, ci pensa l’ex inquilino che mi incastra con una storia di mobili e mi porta sull’orlo della crisi di nervi, tra minacce di avvocati ed insulti – giustissimi da parte mia, meno da parte sua. Ora lascerò anche questa per buttarmi in una bellissima esperienza, ma prima di questo, due consigli: badate bene al tetto che mettete sopra la vostra testa e non vi fidate di WordPress che mi fa riscrivere due volte lo stesso post.

pic by sparth

Ortodossia

Ero venuto qui con l’intento di scrivere un post – ma va? – perché, detto in parole povere, mi stavano girando le palle per questa storia dell’Apple Store. Quale storia? Ve la riassumo al volo: oggi ha aperto in via Rizzoli lo Store “Via Rizzoli” appunto – il post della banalità stasera eh – e c’era, come in ogni grand opening la folla che faceva la fila per la rituale inaugurazione in stile Apple. Ossia magliette ai primi mille, colazione per chi sta in fila, applausi e cori da parte dei dipendenti al momento dell’entrata. È un’americanata sicuramente, vistosa, autocelebrativa e forse esasperante alla lunga.

Ma è sentita. L’intento c’era di spiegarvi perché un dipendente lì dentro si sente soddisfatto di portare la t-shirt celeste (tre colloqui, formazione all’estero, ne sapete nulla?) ma non mi va, perché tanto stiamo discutendo di pura ideologia, sia con chi con Apple non è mai andato d’accordo – e pure pure ci sta, se c’è una motivazione tecnologica ed argomentata – sia con quelli che Apple ce l’hanno e si sentono offesi da questo genere di manifestazione.

Allora, pensavo, piuttosto che spiegarvelo, aspetterò domenica che andrete allo stadio a cantarvi insulti per nulla, a commemorare i “compagni ultras liberi” colpevoli magari di essersi tirati dei seggiolini. Oppure aspetterò che ascoltiate i Beatles: hanno dato il via loro alle folle di ragazzine urlanti. Quando scelsero per il look con la barba, fallirono la maggior parte delle industri di lamette della Gran Bretagna, e raramente si è visto un gruppo musicale più attaccato di loro ai diritti e royalty dei propri lavori. Oh aspettate, a proposito dello spendere un sacco di soldi: what about smoking? Ecco, ci siamo capiti.

Insomma, quello che vi voglio dire è fondamentalmente che non mi va di difendere Apple perché non è nei miei intenti così come non lo è confrontarmi con gente che per fortuna che ce l’hanno loro sennò altrimenti.
Concludendo, volevo dirvi: beati a voi.

Cercate di essere coinvolti.

Miei cari,
che spettacolo!
Mi trovo faccia a faccia con la volontà del popolo.
Voi siete la volontà del popolo.
Migliaia e migliaia di norvegesi – a Oslo e in tutto il paese – fanno la stessa cosa stasera.
Occupano le strade, le piazze, gli spazio pubblici con lo stesso messaggio di sfida: abbiamo il cuore a pezzi, ma non ci arrendiamo.
Con queste fiaccole e queste rose mandiamo al mondo un messaggio: non permetteremo alla paura di piegarci, e non permetteremo alla paura della paura di farci tacere.

Il mare di gente che vedo oggi davanti a me e il calore che sento da tutto il paese mi convince che ho ragione.
La Norvegia ce la farà.
Il male può uccidere gli individui, ma non potrà mai sconfiggere un popolo intero.
Questa sera il popolo norvegese sta scrivendo la storia.
Con le armi più potenti del mondo – la libertà di parola e la democrazia – stiamo disegnando la Norvegia per il dopo 22 luglio 2011.

Ci saranno una Norvegia prima e una Norvegia dopo il 22 luglio.
Ma sta a noi decidere come sarà la Norvegia.
La Norvegia sarà riconoscibile.
La nostra risposta ha preso forza durante le ore, i giorni e le notti difficili che abbiamo dovuto affrontare, ed è ancora più forte questa sera: più apertura, più democrazia. Determinazione e forza.
Noi siamo questo. Questa è la Norvegia.
Ci riprenderemo la nostra sicurezza!

Dopo gli attacchi di Oslo e Utøya, abbiamo affrontato uniti lo shock, la disperazione e il lutto.
Continueremo a esserlo, ma non sarà sempre come è adesso.
Lentamente, qualcuno inizierà per primo a essere in grado di riaffrontare la vita di tutti i giorni. Per altri ci vorrà più tempo.
È importante che siano rispettate queste differenze. Tutte le forme di lutto sono ugualmente normali.

Dovremo comunque prenderci cura l’uno dell’altro.
Dimostrare che è qualcosa cui teniamo.
Dobbiamo parlare con quelli per cui è stata più dura.
Dobbiamo essere umani e fraterni.
Noi riuniti qui questa sera abbiamo un messaggio per tutti quelli che hanno perso qualcuno cui volevano bene: siamo qui per voi.

Guarderemo anche in avanti per la Norvegia dopo il 22 luglio 2011.
Dobbiamo fare attenzione a non arrivare a conclusioni affrettate mentre siamo un paese in lutto, ma ci sono alcune cose che ci possiamo promettere questa sera.

Prima di tutto, oltre tutto questo dolore, possiamo intravedere qualcosa di importante che ha messo le sue radici.
Ciò che vediamo questa sera potrebbe essere la più grande e la più importante marcia che il popolo norvegese abbia mai condotto insieme dalla Seconda guerra mondiale.
Una marcia per la democrazia, per la solidarietà e per la tolleranza.

Le persone in tutto il paese sono fianco a fianco in questo momento.
Possiamo imparare da questo. Possiamo fare più cose come questa.
Ognuno di noi puoi contribuire a costruire una democrazia un po’ più forte. Questo è ciò che vediamo ora qui.

In secondo luogo,
voglio dire questo a tutti i giovani raccolti qui.
Il massacro di Utøya è stato un attacco contro il sogno dei giovani di rendere il mondo un posto migliore.
I vostri sogni sono stati interrotti bruscamente.
Ma i vostri sogni possono essere esauditi.
Potete tenere vivo lo spirito di questa sera. Voi potete fare la differenza.
Fatelo!
Ho una semplice richiesta per voi.
Cercate di essere coinvolti. Di interessarvi.
Unitevi a una associazione. Partecipate ai dibattiti.
Andate a votare.
Le elezioni libere sono il gioiello di quella corona che è la democrazia.
Partecipando, voi state pronunciando un sì pieno alla democrazia.

Infine,
sono infinitamente grato di vivere in un paese dove, in un momento così critico, il popolo scende nelle strade con fiori e candele per proteggere la democrazia.
Per commemorare e onorare le persone che abbiamo perso.
Questo dimostra che Nordahl Grieg aveva ragione: «Siamo così pochi in questo paese, che ogni caduto è un fratello e un amico».

Ci porteremo tutto questo con noi mentre iniziamo a mettere insieme la Norvegia del dopo 22 luglio 2011.
I nostri padri e le nostre madri ci avevano promesso: «Non ci sarà mai più un 9 aprile».
Oggi diciamo: «Non ci sarà mai più un altro 22 luglio».

Jens Stoltenberg, Primo Ministro della Norvegia, Partito Laburista.