Questa è una brevissima storia di pochi giorni dopo il terremoto, accaduta al campo di Acquasanta, noto fino ad allora solo per uno stadio mai finito e sopratutto, troppo corto [sic].
La cena si serve non troppo tardi, diciamo relativamente presto per la nostra solita ora – sarà che il campo è gestito da nordici, fantastici nordici. La gente va verso il grande tendone bianco al centro del campo, davanti alla (ex) panchina de L'Aquila Rugby. Quei tendoni da festival de l'Unità per intenderci, con gli stessi tavoli e panche pieghevoli, da sagra della panonta o giù di lì, ci siamo capiti. Non è che ci sia tristezza sui volti della gente, quanto piuttosto assenza. Ecco sì, assenza dal corpo. Ci si dirige al tavolo, si mangia, si ringrazia veramente di cuore chi ti sta servendo, anche se ti stesse proponendo un piatto di ghiaia, tu lo ringrazieresti davvero a vita.
Dopo qualche giorno di questa che poi sarebbe diventata la routine nei mesi a venire, chi gestisce il campo risponde per la prima volta, sorprendendo gli altri, alla domanda "Cosa vi serve?" – "Vino" – "Vino? Davvero?" – "Si, vino".
Tra i dubbi, una settimana dopo arrivano 9 bancali di Chianti – e se non avete idea di quanto sia grande un bancale, fate un salto in un magazzino di supermercato – direttamente dalla Toscana.
Alla sera le solite facce arrivano al tendone bianco di centrocampo, entrano, si avvicinano ai tavoli che già iniziano ad avere i posti segnati, io là, tu qua. Qui l'assenza sparisce, torna la curiosità, anche il sorriso sulla gente che avvicinandosi al tavolo scruta quello strano oggetto posto lì sul legno, al centro, stretto ed alto di vetro. Si cazzo, è una bottiglia di vino.
Ci sarà allegria, anche in agonia, col vino forte. Non dico che ci fu allegria ma sicuramente più spensieratezza; un bicchiere prima del pasto, uno durante, un poi. Non fu ubriacatura no, semplicemente un lieve stordimento.
A metà pasto ritorna Lui, per ricordarci che non siamo in campeggio, che non siamo lì in vacanza e che non abbiamo più altro, oltre alla tenda blu: una bella scossa, forte, classificabile come petenca (intraducibile, n.d.A.) che fa rumore, sobbalza, trema, spaventa. Fermiamoci e facciamo una precisazione: in tenda, anche se fa il terremoto, non te ne frega nulla. Non può succederti nulla, sei praticamente per terra, dovresti solo girarti e continuare a dormire; ma dopo queste belle esperienze questi ragionamenti non riesci a farli e scappi comunque, anche dalla tenda della mensa, scappi. Fine della precisazione.
Bene, quella sera, quando lui arriva con la petenca come detto prima, la gente non scappa, sta zitta, e poi, così, come ad un concerto, parte l'applauso. Di tutti, fragoroso, lungo, importante, divertito e partecipato.
Non ce ne frega più un cazzo di te. Fai pure quello che ti pare, noi siamo ancora qui.