Adesione di massa

Da un paio di settimane ha superato, in quanto a traffico generato, il mostro sacro di Google. Parlo di Facebook ovviamente, neanche c’è da dubitarne: e questo è facile dato che se principalmente sul grande motore di ricerca si sta poco, si trovano testi e brevi descrizioni, il social network è un pentolone di immagini, video e robe pese.

Ma il problema su cui volevo stuzzicarvi era un altro, ossia quello dei gruppi di Facebook: anche se ormai soppiantanti dalle più versatili fanpage – a cui non esiste un limite di adesione – in principio questi erano l’attrattiva che andava per la maggiore tra gli iscritti. Ora ci ritroviamo iscritti a centinaia di petizioni, dal “Si ai matrimoni gay” fino “Scoreggiare mentre si piscia” (sic!) e fondamentalmente ci si dimentica dei gruppi apparteniamo nè tantomeno si controllano più le sue attività.

Ma in sostanza quindi l’adesione al gruppo consiste in una delega del proprio pensiero all’amministratore? Esempio lampante si ebbe quando i gruppi nati per chiedere la devoluzione del montepremio milionario del Superenalotto ai terremotati abruzzesi divenne un gruppo a favore di Silvio Berlusconi. Fu un caso limite, in cui cambiò sostanzialmente natura della petizione. Ma quando semplicemente si degenera e si iniziano a diffondere insulti, calunnie ed cose simili, come ci si deve comportare? Considerata l’impossibilità oggettiva di controllare tutti i post di tutti i gruppi, l’unica risposta che viene sarebbe quella di iscriversi solo a quei pochi gruppi che si è in grado di controllare.

Chissà se ha senso porsi una domanda del genere oppure è un altro inutile arrovellamento serale..

99 rintocchi a lutto

Il nuovo Presidente della Provincia

« Gli uccelli non sono aggressivi, signorina. Sono il simbolo della gentilezza. »

Questa era una battuta di un vecchio film dell’orrore degli anni ’60 in cui gli uccelli mettono poi inesorabilmente sotto assedio la cittadina dove vivono i protagonisti. Il film non ha finale, lo lascia immaginare agli spettatori.
Bene, noi, a L’Aquila, abbiamo scritto, se non il finale, un capitolo sostanzioso: abbiammo (hanno in realtà) consegnato la Provincia in mano ad un personaggio di Celano che mesi addietro, mentre erano ancora in auge le tende blu dalle nostre parti, era il portaborse e compagno di merende di colui che proponeva di spostare definitivamente il capoluogo di regione a Pescara, che ormai L’Aquila era morta, sarebbe stato il tempo di fare il passo.

Lo stesso personaggio dalla dubbia intelligenza: forse è davvero scaltro, ma è molto, molto reticente nel mostrarlo. Piuttosto dobbiamo dire che il tipo in questione è solamente un ariete nella volontà di Berlusconi di avere in mano L’Aquila. Dopo aver – e in fondo ce lo aspettavamo pur sperando per umana decenza il contrario – utilizzato i più biechi mezzucci come le cartoline comparative Abruzzo-Umbria, Mr.B ha sedotto gli aquilani, gli ha mostrato una G.A.M.B.A. sensuale ed invitante, facendo ben capire che non era un regalo ma uno scambio: io te la do, tu mi dai il voto.

Ha fatto tutto quel che aveva promesso di fare, non importa se poco o sbagliato, il resto lo ha lasciato alle istituzioni locali, per mostrare il loro fallimento inevitabile se il Governo non c’è: casualmente, le istituzioni locali sono di sinistra. Lui ha fatto la manicure ad un malato di cancro, lasciando la chemio al Comune ed alla Provincia.

Vi ha fregato cari amici che lo avete votato. Noi abbiamo usato la pala per portar via le macerie dal centro, voi avete avuto il regalo una pala luccicante per scavare la fossa alla città di L’Aquila. Non vi fate sentire in giro che vi lamentate però. Non vi azzardate solo a fiatare. Pretenderò di incontrare l’uccellaccio in giro per L’Aquila come succedeva con la Pezzopane, e pretenderò che mi saluti anche lui. Che mi sorrida e faccia pose stupide quando faccio le foto. E pretendo anche che quando quattro studenti incazzati chiedono di essere incontrati, lui li riceva subito, discutendo e dandogli delle serie risposte.

L’Aquila bella mè, te vojo revedè. Ho fiducia perchè da che mondo è mondo, L’Aquila è più forte Del Corvo.

Milano sei la mia puttana

Weekend interessante quello appena trascorso per il sottoscritto: tre giorni milanesi molto carichi, molto cool, molto avanguardisti. Così avanguardisti che io stesso sono diventato un artista. Anzi, un Artista, tanto da riuscire ad “esporre una mia opera” al Museo Italiano del Design della Triennale di Milano, appunto. E la cosa mi fa molto, molto ridere. Chissà se anche Fontana ha iniziato così. Ne dubito.

La stessa Milano-che-non-può-dormire in cui ti trovi a chiacchierare con una tua amica appena fuori da una conferenza di inaugurazione e sei così snob e artista che neanche ti accorgi che sei praticamente nello stesso gruppetto di Lapo Elkan. Se mi avessero avvisato, sarei stato sicuramente più attento alle frequentazioni, in quel frangente.

Milano-che-si-mette-in-posa e non ti fa ricordare il nome di quel ragazzo che ti hanno presentato, quello lì, con i capelli lunghi e ricci e raccolti. Ma cos’è che faceva? Ah si, ha inventato i Gormiti. Gran bella cosa, sicuro. Milano-con-le-crisi-di-coscienza ti spiega che è l’uso che fa il design e non lo stile il sè, o almeno prova a convincersene.

Ma poi all’improvviso Milano è Parco Sempione al sole, con i palloni sgonfi, le margherite colte dalle bambine bionde e straniere, i ragazzi che cantano, che giocano a basket e la coppietta che ci da dentro convinti della loro intimità nel bel mezzo del centro della città più laboriosa d’Italia. Milano-scorrimi-fra-due-ore, il tempo che ci ho messo per andare e tornare di notte dall’albergo ad un bar con un amico e mezzo litro (sic!) di long island dove un ragazzo albanese ti dice che è contento di aver visto che l’Italia si è risvegliata (cfr. Raiperunanotte) e dove una trentenne dalle origini non precisate (russa?) e dal presente dubbioso fa profondamente amicizia con un ventenne – che rimane un genio a mio avviso.

Milano dove qualcuno del PD crede e lotta per le unioni civili omosessuali, nonostante Penati.

Previsione, prevenzione e stregoneria: la verità scientifica sul gas radon

Questo brano è un piccolo estratto, volutamente incompleto, di un’inchiesta a cui stiamo lavorando: previsione e prevenzione dei terremoti, cosa si poteva fare realmente a L’Aquila prima del 6 Aprile, cosa si è fatto in altre situazioni. Segue una piccola parte del capitolo dedicato al “Caso Giuliani” ed in particolare, l’intervista ai professori dell’Università di Roma 3, autori della ricerca che sembrava dar ragione al tecnico aquilano… Il brano è volutamente incompleto, tutte le risposte saranno pubblicate a lavoro ultimato.

***

Una simile notorietà, tra i gas, l’avevano ottenuta probabilmente solo il metano, quando raggiunse le case del paese ed il GPL, quando si capì che poteva essere un economico ed efficiente sostituto della benzina e del gasolio. A salire agli onori della cronaca questa volta è il gas radon, uno speciale gas radioattivo conosciuto da un secolo e molto discusso da altrettanto tempo.
Questo viene generato, mediante dei processi chimici, dal plutonio ed è altamente radioattivo, tanto da essere utilizzato anche nelle radioterapie. Il radon è un gas molto denso, più pesante nell’aria e tende quindi a stratificarsi: nei territori in cui è questo gas è molto presente, è alto il rischio che si accumuli sopratutto nelle vecchie cantine non areate – il radon sale con l’acqua, e quindi con l’umidità – ed è causa di tumore ai polmoni: solo nell’Unione Europea causa 20.000 morti l’anno. Le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente si occupano molto frequentemente di effettuare misurazioni del radon all’interno delle abitazioni private. Spesso fornire una buona ventilazione ai locali risolve il problema.


Ma non ci stiamo occupando di radon per salvaguardare le vostre collezioni di vini pregiati, bensì ci ritroviamo a parlare di questo elemento in relazione al “Caso Giuliani” di cui abbiamo abbondantemente – troppo forse – parlato in precedenza. Infatti, dopo scarsa una settimana dal video dell’INGV che riapre la polemica tra il ricercatore aquilano e l’Istituto, cinque professori dell’Università di Roma Tre e dell’INGV stesso, all’interno del progetto internazionale TRIGS (Misurazioni delle instabilità nei materiali e nei geosistemi) si vanno ad occupare proprio delle variazioni di emissioni del gas radon da parte di determinati tipi di roccia sottoposta a stress. L’analogia con gli studi che da anni porta avanti il sig. Giuliani è così evidente all’apparenza che le testate locale titolano “Anche l’INGV dà ragione a Giuliani”. Una rivincita del tanto contestato “sciamano dei terremoti”? In realtà no. Per capirlo, abbiamo contattato i ricercatori che hanno firmato questo studio, peraltro ancora non pubblicato, ossia i Professori
Paola Tuccimei, Silvio Mollo, Sergio Vinciguerra, Mauro Castelluccio e Michele Soligo.



Per iniziare, inquadriamo la vostra ricerca: si tratta di uno studio più geologico che sismologico vero? Anche se le implicazioni in questo campo sono dirette…


Si è vero. Il nostro è uno studio di laboratorio che integra un approccio geochimico (la misura appunto di emissione del radon) con lo studio delle proprietà fisiche delle rocce durante la deformazione a cui dei campioni di roccia possono essere sottoposti in un’area sismica o vulcanica. Il nostro scopo è quello di verificare le relazioni tra l’emissione di radon e le caratteristiche fisiche della roccia stessa ed in che termini esse si presentino durante la sua deformazione.
Per questo studio è stato selezionato un tufo, che ha una porosità totale del 47%, causata da macropori a scala centimetrica, sovrapposti a micropori alla scala millimetrica: in altre parole, due trame di cavità, una più piccola ed una più grande. Quando il campione viene sottoposto a carico, il primo processo a cui si assiste è una forte compattazione dovuta al collasso dei pori, che si riflette in una chiara riduzione delle emissioni di radon. Perdurando il carico, il tufo “densificato” non riesce più a sostenere le forze applicate e si frattura, si rompe, creando nuove superfici di esalazione che determinano un aumento nel rilascio del radon.
E’ importante però sottolineare che in situazioni reali, in natura, sono presenti discontinuità, eterogeneità e variazioni delle forze in gioco, non riproducibili in laboratorio; pertanto questi risultati non sono trasferibili direttamente ai fenomeni rilevati sul terreno, dove i meccanismi in gioco sono più complessi e articolati.

(continua presto…)

Dove finiscono le mie dita deve in qualche modo cominciare una macchina fotografica

Mi perdonino lorsignori questo brutto adattamento di De Andrè. Ma il tutto è presto spiegato.

Domenica sarò a L’Aquila, di nuovo. Tutti sapete cosa succede a L’Aquila di domenica: si lavora e si fa festa, insieme. Parlo delle carriole, delle callarelle (chissà poi qual’è il loro nome in italiano..), delle chiavi appese alle transenne del centro storico. Bene dicevo sarò a L’Aquila ma lascerò la macchina a Bologna, volutamente. Chi vuol fare il mestiere di fotografo o cameramen o simili, in cui riporti gli avvenimenti, vive questi momenti come un lavoro, è obbligato ad esser lì a documentare, pena implacabili rimpianti e tormenti di non aver raccolto quell’istante. Ho deciso perciò che stavolta il para-fotografo rimarrà su al nord, non romperà le palle.

Sarò domenica a L’Aquila, col caschetto e senza macchina e pretendo di:

  • impolverarmi e tornare a casa con la bocca impastata di sterro.
  • sfilare in corteo e dispormi su due file con i miei amici.
  • sfacchinare con pale, carriole o secchi, poco importa.
  • far finta di sopportare gli organizzatori di questo evento. (smile!)
  • ballare la taranta sulle note della fisarmonica di Diego che secondo me è veramente il migliore a suonare quell’attrezzo infernale.
  • fare a palle di neve se ce ne sarà ancora / in alternativa mettermi a prendere il sole in piazza.
  • parcheggiare al castello o a via dei giardini.
  • farmi un aperitivo a Ju Boss, con i taralli ed un vino da €10, che sia decente e non costi troppo.
  • ripetere il punto precedente, fino ad eventuali giramenti di testa.
  • fare lo scemo.
  • farmi tante chiacchiere, abbracciare la gente per strada, salutare quelli che non vedo da troppo tempo, magari senza recitare la filastrocca “dove stai tu ora??”.
  • andare a dormire da qualche parte nelle vicinanze – e qui è tosta.

Tutto questo, chiaramente, senza fare foto. E anche il post, stavolta è senza foto.

Siamo sempre insieme a voi

La McLaren colpevole di infiniti misfatti

Ne passa di acqua sotto ai ponti, ne cambiano di cose, ne succedono di eventi. Nulla è mai fermo, tutto si mescola, si evolve, si contrae. Tutti litigano, si porta ogni situazione al limite della rottura, fin sul punto critico. A volte si rompe, a volte no. E’ una continua tensione, fai fatica a star dietro al corso delle cose, la nostra è la società del cambiamento, continuo. La stazionarietà non paga.

Ma è tutta una boiata perchè alla fine è tutto lo stesso: la prova è che, nonostante tutto, la Formula 1 riparte ogni anno. Niente da fare, si menano, si spiano, si mettono i bastoni in mezzo alle ruote e ogni anno son lì, tutti luccicanti, che ripartono davanti ai semafori.

Cambiare per non cambiare mai. Eh si, il Gattopardo vince sempre.

La quintessenza del ‘no grazie’.

LA foto.

Vado sul personale: alla larga chiunque la pensi da me, sapete che non tollero critiche quando si tratta delle mie idee e delle mie riflessioni che vanno al di là della politca/attualità/musica/fotografia (e già qui le tollero poco)/altre cose contingenti.

Questa che segue potrebbe risultarvi la storia di una riflessione banale, ma non lo è stata per il sottoscritto, anzi, ha forse marcato una sottilissima linea: prima credevo che, ora no.

Un sabato mattina imprecisato ho svolto il mio primo vero e proprio colloquio di lavoro, come quelli che si vedono nei film, io al di qua della scrivania, il tipo che si segna i miei dati, mi fa domande tipo ‘come ti definiresti in un aggettivo’, ‘a quale animale ti assoceresti’ – ok, l’ultimo l’ho inventato, ma in quel momento ero sicuro che me l’avrebbe chiesto subito dopo. Con molta modestia, credo che sarebbe andato comunque a buon fine questo incontro, dato che a) sono stati loro a chiamarmi e non io b) erano molte poche le persone che stavano selezionando c) ho fatto finta di essere proprio la persona giusta al posto ed al momento giusto (e su quest’ultimo punto sicuramente mi avrà preso per un povero scemo..). Comunque, alla fine, ho detto ‘No grazie, non sono interessato’.

Ma che lavoro era? A dirla così, era l’inizio di quello che ho sempre desiderato: era un colloquio per fare da assistente in un grande studio fotografico di Bologna. Insomma, ero con un piede già nella tanto citata gavetta, ossia quella fase in cui chi è più figo di te fa di tutto per impedirti di fare il suo stesso mestiere. ‘Amo definire il ruolo per il quale sei qui – mi dice – come servo della sala di posa: prendere il materiale dal corriere, montare il set (montare nel senso di legno, trapano, martello e chiodi), sistemare tutto. Poi arrivo io e scatto. Poi tu torni e smonti e pulisci e rimetti a posto. Non ti chiedo di pulire lo studio perchè chiaramente c’è una donna delle pulizie, ma sai, in sala pose lei non può assolutamente entrare.’

Premesso che non sono uno propenso ad ammazzarmi di lavoro, a queste parole ero abbastanza titubante, nonostante comunque si sarebbe trattato di lavorare tre pieni la settimana, retribuiti non malamente. E che dopo comunque un lavoro del genere avrebbe pesato abbastanza nel mio eventuale ‘curriculum fotografico’. Ci devi passare per forza se vuoi fare questo mestiere nella vita mi sono detto, e mi dicono.

Ma principalmente sono state due le cose che mi hanno scoraggiato e mi hanno portato poi a dire, con estremo gusto devo confessare, no grazie:

  1. Finire a fotografare centinaia di borse della Mandarina Duck o preparare foto per le pubblicità di Bartolini, per quanto possano essere lavori importanti, sono l’opposto dell’ideale che ho della fotografia – i miei affezionati ricorderanno in proposito un vecchio post su questo blog.
  2. L’idea di diventare uno spocchioso sinistroide con uno studio arredato in design art nouveau mi spaventa veramente troppo. Per quanto possa essere maledettamente affascinante.

Per questo, sono andato via. Grazie ed arrivederci, preferisco continuare a scattare per conto mio ed a sognare che un giorno possa fare la fotografia che piace a me, quella vissuta e sudata, quella sporca, quella imperfetta, quella vera. E se non succederà, avrà comunque il fascino di un sogno mai realizzato e tenuto sospeso, sempre meglio di una deludente realtà.

I controllori di biglietti ed i pubblici ufficiali

In questi giorni mi è stato chiesto delucidazioni in merito al potere che hanno – o non hanno – i controllori di biglietti sugli autobus e sui treni. Ho realizzato perciò una ricerchina sul web ed ho buttato giù questo documento con tutte le informazioni utile che ho trovato.

Nel caso vi trovaste in situazioni sgradevoli, adesso sapete cosa fare.

Scarica il documento

Il male minore?

Il colpevole del ritardo nella presentazione delle liste Pdl

Si alzano grida infuriate contro i decreti ad hoc in ogni lago: l’80% della popolazione italiana scopre cosa è – o meglio cosa dovrebbe essere – un’interpretazione autentica della legge. Per chi ancora non si fosse documentato

È detta autentica l’interpretazione della legge effettuata dal medesimo organo che ha posto in essere l’atto normativo. Nell’ordinamento italiano la principale di tali norme è la legge di interpretazione autentica, approvata dal legislatore per scegliere quale, fra le possibili interpretazioni di una o più disposizioni, sia da considerare espressione della voluntas legislatoris.
Fonte Wikipedia

In altre parole, è una legge allegata alla legge che spiega ciò che intendeva dire il Parlamento quando ha varato la norma sulla quale c’è la disputa. Tendenzialmente questo strumento interpretativo, andrebbe prodotto contestualmente alla legge, all’atto dell’approvazione, così da avere una sorta di manuale d’uso della legge stessa.

Nel nostro caso, il Governo vara un decreto interpretativo della legge elettorale di anni prima, andando a “sbrogliare” una disputa in corso davanti ad un tribunale ammistrativo. Effettivamente quindi, il potere esecutivo prende decisioni al posto del potere giudiziario: un abominio dal punto di vista concettuale, ma va bene, abbiamo visto di peggio.

Il problema sorgerebbe nel momento in cui questo decreto legge non sia semplicemente interpretativo ma innovativo. Ed effettivamente, a leggerne il testo, ci vuole molta fantasia per chiamare interpretazione il contenuto di questa leggina: effettivamente proroga i termini delle liste e prevede che a contare per la scadenza di questo termine non sia la consegna effettiva delle carte ma solo il fatto che il delegato sia entrato nel Tribunale competente – lascia sbalordita una simile norma, è veramente creativa! Ci penate che bello? Potrete dire di essere a lezione mentre siete nell’atrio a chiacchierare, geniale!

Ma il Governo non è leggitimato a fare un decreto innovativo? No, almeno riguardo la materia di elezioni: lo decide la ben nota legge 400/1988 che, oltre a regolare millemila altre cose, si occupa anche di porre questo divieto. Niente decisioni del Governo su queste cose, se ne deve occupare per forza il Parlamento. Peccato che la legge 400 ed un eventuale decreto, hanno la stessa forza e, essendo il secondo un atto successivo, “vince” sulla precedente, mandando alle ortiche quanto previsto.

Ma dopo questa digressione abbastanza inutile – e francamente scritta da cani – vengo al punto: a mio parere la cosa migliore che si sarebbe dovuta fare era rimandare tutte le elezioni. Si, sarebbe stato ugualmente uno strappo al diritto, una mossa per rimediare ad uno stupido errore. Ed è anche vero che in giurisprudenza, forma e sostanza si equivalgono: non rispettare un requisito formale inficia totalmente l’atto in alcuni casi, e poco conta quanto ci sia dietro. Sbagli a vidimare le firme? Quelle firme non esistono, punto.

Però la riflessione è d’obbligo: il Pdl avrebbe milioni di elettori – ahimè – il Lazio e Lombardia e non permettergli di andare al voto questa volta avrebbe causato 5 anni di legislatura infernale. Una percentuale troppo alta di popolazione non avrebbe potuto esprimere la sua preferenza e, francamente, credo che in questo caso un principio fondamentale come la libertà di voto sia da salvaguardare davanti ad ogni altra motivazione, più o meno valida che sia.

Ripeto quindi a conclusione, rinviare il voto per tutti e garantire a tutti i cittadini di esprimere la preferenza senza mettere in campo un pacchiano rimedio di “ortopedia del diritto” come un decreto simile.

Time’s to change – not to fade away

Una triste domenica di Marzo. Meglio, un triste pomeriggio di una domenica di Marzo. Anzi, diciamo solo un pomeriggio di una domenica di Marzo visto che comunque non è triste, o almeno non lo è di più di quanto non sia triste una domenica pomeriggio.

A parte queste digressioni calendaristiche il succo del discorso è che dico addio ai pallozzi arancioni del vecchio Refeel 3.0. Dio se ci ero affezionato, erano diventati parte della mia stessa espressività ormai. Ma it’s time to change come direbbero gli anglosassoni. O meglio, è il tempo in cui visto che non c’è nulla da fare, si cambia qualcosa. E stavolta è toccato al tema “Round and Round” che, poverino, era ormai obsoleto e non ha retto il passo coi tempi.

Ma questa non deve essere un’elegia funebre per un tema di WordPress bensì un inno all’innovazione, come ben dimostra il nome del tema su cui è ricaduta la mia scelta: Aggiornare. Bianco, lucido, spazioso e pulito, efficente al punto giusto. Così vuole essere questo blog da oggi, cercando di affinare gli artigli, di non essere ingombrante e inopportuno. Migliorare su tutta la linea insomma.

E quindi sono spariti i vecchi rami secchi – vari link che erano lì parcheggiati da anni – sono spariti quei tristi titoli in inglese (Blogroll, che senso ha? Molto meglio “Esternalità”) e quelle impostazioni così old-fashioned. Mentre finalmente è possibile inserire decentemente dei commenti (un ringraziamento a Pablo Moroe per l’incoraggiamento), seguire i post via RSS ed altre chicche che vi svelerò strada facendo.

Signore e signori, benvenuti su Refeel 3.1

P.s. Ogni riferimento ad una gloriosa versione di Windows è puramente casuale.