Metropolis

Ormai mi rimangono ben pochi dubbi: sono allergico. Ma per essere più ‘alternativo’ possibile, sempre nel mio stile, non farò i testi allergici e rimarrò con il dubbio di cosa è all’origine dei miei starnuti e dei pianti ininterrotti di questi giorni. Posso solo immaginare quanto mi sentirei banale se si scoprisse che la causa sono delle banalissime graminacee. Sarebbe così scontato che credo lo terrei nascosto – senza offesa per chi ne soffre eh.

Amo piuttosto pensare di essere allergico alle grandi città e, più in genere alle città che non sono L’Aquila: non è affetto o questione di cuore, ma magari semplicemente il fatto che con il clima freddo che c’è da noi alcuni tipi di piante non riescano a venir fuori. Però è più simpatico pensare che se mi allontano da casa (casa? Quale poi? Bo!) debba scontare il prezzo di starnuti e pianti nel mese del Maggio odoroso. Però statisticamente le cose sono andate così: quando ho iniziato a muovermi da L’Aquila – per Torino per esempio, ma anche l’anno prima in cui ho dato inizio alla “mobilità” – ho iniziato a soffrirne violentemente. Mentre l’anno scorso, sarà per il terremoto, sarà perchè avevo altro a cui pensare, vivendo a L’Aquila, niente allergia.

Che vuol dire tutto ciò? Nulla, avevo solo voglia di scrivere e confermare la tendenza a trovare sia il serio che il faceto su questo blog.
Passo e chiudo.

Messaggi subliminali

La sala stampa è famosa per avere delle comodità a disposizione gratuita: parlo di internet e corrente, così come caffè ed acqua. Ma stavolta la cosa è tragica: in quantità molto superiore alla rete ed all’energia elettrica, sono presenti milioni di baci perugina. Tonnellate di baci messi in vari boccioni di vetro sempre riempiti da qualcuno – forse un folletto della cioccolata. Vanno via come popcorn e il peso medio dei giornalisti qui sta lievitando clamorosamente, frenato forse solamente dalle impervie salite di Perugia.

Stanno instillando in noi dipendenza da Bacio perugina. Non so come potremo fare una volta chiuso il festival. Aiuto.

Good Morning Festival

Domenica 25, ore 8.50: Perugia è vuota silenziosa e pulita. Si riposa, come un uomo dopo l’orgasmo, dopo aver sparato la sua cartuccia migliore – Al Gore e Saviano – cercando una boccata d’aria fresca ed un’oretta di relax prima di ricominciare.

Qualche volontario è in giro, l’ufficio stampa a quest’ora della mattina è frequentato da pochi affezionati, i pochi che si sono svegliati dopo la serata, e diciamolo, ha finalmente la dimensione di un ufficio stampa normale. Non come gli altri giorni in cui c’erano più scrittori che lettori. Proporrò di leggerci a vicenda.

Scarichiamo le foto di ieri, consci che forse nessuno le utilizzerà mai, ma ci hanno chiesto di farlo e quindi siamo qui scattanti: la mattina presto è tutta degli operatori. I giornalisti, quelli fighi, a quest’ora dormono.

Ci sto prendendo la mano

Fa figo. Indubbiamente fa molto figo correre in giro, scattare, intervistare, ricorrere in sala stampa, scaricare, scrivere, condividere.
E la tecnologia è una cosa veramente molto figa.

Ma il tutto è molto stancante.
Ok, parlando di cose serie, conferenza anticlericale con Gianluigi Nuzzi, autore di Vaticano S.p.a. Il momento più alto quando il pubblico ha capito che si può essere contro la Chiesa pur essendo di destra ed avere come direttore Belpietro. Un bel passo avanti.

Di chi fa la notizia.

Inutile scrivere su quello che sta succedendo al #ijf10: decine e decine di giornalisti che scrivono di tutto in tutte le forme, chi meglio chi peggio, chi con interviste video, chi è ancora affezionato alla carta ed alla penna.

Tanto vale parlare di chi parla: in tutte le conferenze a cui hanno partecipato i mostri sacri – o tromboni – del giornalismo, è arrivato inevitabile il momento in cui i “tradizionalisti” parlano con più o meno timore dell’avvento del web, degli strumenti multimediali e più in genere del fantasma del citizen journalism. Ossia, tutti possono farlo, la democatizzazione radicale del mestiere di giornalismo.

E, guardando la sala stampa, è evidente come fanno bene ad essere impauriti i vecchi professionisti del settore: giovani giovani giovani ed ancora giovani che con un portatile ed una connessione – molto precaria c’è da aggiunger – fanno un sano giornalismo senza nulla da invidiare alle grandi testate. In fondo ormai la notizia corre veloce sul web e i ragazzi corrono di click in click su twitter, facebook, wordpress e altre piattaforme assortite che offrono la possibilità di condividere anche contenuti audio e video. Basti pensare che il logo del Festival di quest anno #ijf10 è piuttosto un hastag, ossia una specie di codice utilizzato in Twitter per identificare una discussione e ricercarla facilmente (ad es. #obama oppure #olimpiadi).

Questo è il concetto del web 2.0, se non addirittura 3.0: se la prima fase permetteva l’accesso ad ogni tipo di informazione a tutti gli utenti della rete, il passo in avanti è stata la possibilità data a tutti di essere la fonte stessa della notizia. Non c’è più un confine tra chi usufruisce dei canali di informazione e chi invece l’informazione la fa.

Vi lascio quindi con una domanda che mi hanno posto dei ragazza del Festival che stavano girando un video qui ieri sera. Si al Citizen Journalism, ma vi fareste operare da un Citizen Neurochirurgo?

Ed ora scusate, scappo a seguire un panel e poi torno col live-blogging.

The Casadei identity ovvero dell’universalità dell’alligalli

Ero venuto sul blog per regalare al mondo un’altra riflessione serissima quanto pesante, ma ho dato uno sguardo ai post precedenti: che palle! E allora ho capito che è giunto il momento che vi parli di una cosa bellissima.

Per seguirmi, dovete aver frequentato una qualche festa popolare: dalla festa internazionale della zuppa alla sagra della panonta o della pizza fritta, non importa. Fondamentale è che in quella occasione c’era un’orchestra o simile che dispensava musica da ballare. Ecco, io vorrei parlarvi dell’esercito dei ballerini da sagra.

In realtà ce ne sono vari tipi, ma non vorrei parlarvi di quelli professionisti. Intendo quelli che vanno a scuola la sera, dopo il lavoro o lo studio, in palestre anonime come se si trattasse di scommesse clandestine sulle lotte tra cani. Quelli abituati a trovarsi a ballare in coppia con sconosciuti perchè è troppo imbarazzante portarci amici. Loro sono troppo bravi, si esercitano e riconoscono dall’attacco se si tratta di una polka o di una mazurka. Pensate che io, che in un’orchestra ci ho suonato per un po’ – poco a dire il vero – non ho ancora afferrato la differenza. Dicevo, si lanciano scatenati in passi complicati ed annodati, girando per la pista con una velocità angolare imbarazzante, da dare la nausea o da temere che scappino via in preda ad una forza centrifuga clamorosa.

Volevo parlarvi degli anziani e della fascia di poco over50, la generazione dell’alligalli. Quelli che nei tardi ’60 – primi ’70 ballavano nelle balere sulle musiche di Edoardo Vianello e Peppino di Capri. Li riconosci perchè l’unica cosa che portano con loro è la formazione del ballo alligalli, appunto: meccanico passo avanti incrociato, sguardo perso verso un punto imprecisato della piazza. Si mettono in formazione di testuggine di vago stampo “esercito romano” e geometrici e compatti ballano, qualsiasi ballo, dalla macarena al twist, allo stesso modo. Così:

l primo movimento che ti insegno va da destra a sinistra e torna indietro.
Partiamo andando verso destra.
Sposta la gamba destra verso destra poi porta la sinistra avanti alla destra e incrocia.
Sposta dinuovo la destra e con la sinistra tira un calcetto.
Poggia la sinistra aprendo verso sinistra e incrocia questa volta la destra. Sposta di nuovo la sinistra e calcia con la destra. Torna indietro verso destra e dopo aver scalciato con la gamba sinistra poggiala portandola indietro.

Da qui fai un passo indietro con la destra e poi ritorna sulla sinistra che resta avanti.
Alza il ginocchio destro e poi scendi facendo un passo in avanti.
Spostati alzando il ginocchio e andando in avanti con la sinistra e poi di nuovo con la destra.
Mentre alzi il ginocchio destro fai un piccolo saltello e ruota il piede sinistro per girarti sul fianco sinistro.
Da qui poggia il piede destro aprendolo verso destra e la sequenza si ripete!

Ecco, la alligalli-generation affronta tutti i balli allo stesso modo: un modo imperturbabile quanto stoico di porsi davanti ai problemi della vita. Così come quelli che sciano sempre alla stessa velocità su qualsiasi pendenza, disegnando sempre le stesse curve. O quelli che rompono il cazzo in ogni situazione, imperterriti.

Il colpo di grazia

Con quello che sto per scrivere sto per attirarmi addosso se non insulti, commenti poco gratificanti dalle persone con cui ho condiviso spesso delle iniziative nella mia città: intendo il c.d. “Popolo delle carriole”.

Una breve cronologia degli eventi vede organizzare la manifestazione delle “Mille chiavi” nata spontaneamente su Facebook con l’intento di riportare l’occhio, abbastanza distratto, dei media sulla situazione reale della ricostruzione di L’Aquila, in particolar modo del centro storico – situazione oggettivamente “travisata”, per essere dolci, da televisioni e giornali che troppo fanno affidamento, anche qui a voler essere buoni, a comunicati stampa del Governo. Dopo la manifestazione delle chiavi, in cui i cittadini tornano a pensare di incontrarsi in centro, inizia l’avventura delle carriole: stavolta con l’aiuto dei Comitati sorti in questo anno, prima centinaia di persone, che presto però diventano migliaia, per tre domeniche invadono pacificamente quella dannata zona rossa, ottenendo risultati fantastici.

La vicenda di L’Aquila torna alla ribalta dei media nazionali, finalmente sotto un occhio critico, la vicenda delle macerie si sblocca, accogliendo anche in parte la richiesta dei “protestanti”  di selezione le macere in loco. Insomma, indubbiamente un gran bel risultato. Anche se il più bello a mio avviso, è quello di riportare tutta quella gente ad incontrarsi per il Corso, ai Quattro Cantoni, in Piazza Palazzo. Solo per questo, per aver risvegliato il piacere di vivere il centro, le carriole vanno premiate.

Poi il periodo si fa caldo, le elezioni sono incombenti, ci va di mezzo la Curia, ci vanno di mezzo i candidati, ci va di mezzo la politica: ed ognuno prova a portare acqua al suo mulino. O cavalcando le carriole – abbastanza distanti in realtà dagli schieramenti politici – oppure attaccandole come movimento politico: pensiero che culminerà con il sequestro dei “mezzi” e la denuncia penale verso alcuni dei partecipanti rei di aver fatto propaganda politica nel momento delle votazioni.

Le elezioni vanno come vanno, si tenta di farlo passare come un risultato vittorioso dell’operato del Governo, rispecchiante quella “maggioranza silenziosa” che non protesta bensì apprezza e lavora. E su questo mi sono già espresso, è chiaro come la penso e non è l’oggetto della discussione. Il punto piuttosto è la puntata di Porta a Porta in onda in diretta il 6 Aprile, dedicata alla ricostruzione – dedicata a modo di Vespa….. – e con un collegamento da Piazza Duomo, dove interverrà una rappresentanza dell’ormai famoso “Popolo delle carriole”. In studio oltre a Cialente e Chiodi, un Bertolaso abbastanza “comodo” in quella serata, un paio di ospiti più o meno inutili, i genitori di Giulia Carnevale forse anche abbastanza estranei a tutto il contesto, il direttore di qualche cosa del Min. Beni Culturali, un architetto del PoliMI – un convertito al progetto C.A.S.E. sulla via di Bazzano – e un Placido abbastanza inutile.

Al momento del collegamento con la Piazza, mi stupisco di non vedere quelli che fino ad ora sono stati i promotori del movimento cittadino, facenti o meno parte dei comitati: riconosco giusto Federico D’Orazio, che prenderà poi la parola facendo fortunatamente l’unico intervento decente ma nessuno da comitati, o almeno nessuno dei “soliti noti”. Il collegamento avrà un esito disastroso: i pochi intervistati da una giornalista combattente di Porta a Porta (combattente per Vespa) incalza persone che parlano più con la pancia che col cervello. Pur essendo dalla loro parte, mi chiedo come si possa pensare di andare ospiti di una simile trasmissione e pensare che semplicemente gli avrebbero potuto far dire ciò che pensavano. Ragazzi, Santoro vi avrebbe aiutato ad esprimere il concetto, Vespa, con Bertolaso ospite, no. Finisce con il conduttore alterato che, prima di togliere la linea alla Piazza, augura ai cittadini in disaccordo col Governo di vivere 10 anni nei container. Bella roba.

Gli interrogativi che mi vengono in mente dopo cotanto siparietto sono svariati, ma uno mi mette più curiosità degli altri: dove erano i “pensatori” dei comitati? Quelli che fino al 5 hanno promosso la causa, che hanno curato le relazioni con la stampa, perchè non c’erano? Mi riferisco a coloro che hanno animato il movimento del 3e32, quelli che hanno portato le carriole in Piazza, quelli che poi, inevitabilmente, si sono detti disgustati dalla scenata in tv. Non sapevate come funziona P.a.p? Non credevate che almeno uno che avesse un discorso organizzato ed una capacità almeno superiore alla media sarebbe stato utile in un collegamento che ipotizzare burrascoso era pensare ottimisticamente?

Hanno – o abbiamo, mi ci metto anche io – sfidato il Re della comunicazione sul suo campo ed hanno/abbiamo perso clamorosamente: ora le carriole sono solo il movimento autoreferenziale di una sinistra estrema e contestatrice che si lamenta di tutto. E, guarda un po’, sono riuscito a smontarlo proprio subito dopo le elezioni, in tempo per dire “visto? Ve l’avevamo detto che era tutta una manovra per le elezioni. Ma avete visto anche che siamo lo stesso riusciti a batterli!”.

Il risultato è stato quello di riuscire a frammentarci nuovamente ancora di più, se possibile: l’illusione dell’unità post terremoto è durato meno di una stagione di una serie tv.

Aquilani, non cambieremo mai: ci hanno dato la notorietà planetaria ma non ci hanno insegnato come usarla!

P.s. prego ogni lettore di lasciarmi un commento,  è importante!