
ph. Valeria Gentile
Devo confessare di essermi accostato al reportage di Valeria Gentile “Storie d’oro e di fango” con un po’ di scetticismo: scetticismo derivato in parte dalla mole di lavori che da tutte le parti – anche dalle meno adatte purtroppo – sono stati prodotti sulla “vicenda” del terremoto di L’Aquila del 6 Aprile e in parte dalla difficoltà che ho avuto per trovare, in tutte queste pubblicazioni, una storia oggettiva, un’analisi veritiera e, sostanzialmente, utile a qualcosa.
Da come era presentato questo reportage, credevo si trattasse di un accostamento quanto meno bizzarro: la fede è stata repentinamente esclusa dai campi d’accoglienza, le chiese nelle tende erano il segno tangibile che l’8 per mille non avrebbe potuto in alcun modo restituire la speranza nell’esistenza di un dio, più o meno aderente ai dettami della Chiesa Cattolica.
Invece, leggendo tutte d’un fiato le 80 pagine di testo e fotografia, mi sono ricreduto: Valeria ha saputo rendere sensato il collegamento tra l’oro del Vaticano ed il fango delle tende, ha saputo tenermi interessato alle sue parole in una storia che, purtroppo, sapevo già come andare a finire. Frequentare a pochi giorni di distanza la Città del Vaticano ed il campo di Onna – addirittura nei giorni della visita papale – credo abbia suscitato nell’autrice un senso di fastidio misto a stupore ed incomprensione per il fatto che Cesare e Dio si tengano separati soltanto nel dare e mai nel ricevere.
Mi soffermerei relativamente poco sul discusso ritardo della visita del Papa nei territori colpiti dal sisma: a posteriori, dopo aver visto come si muove la macchina organizzatrice di grandi eventi – cfr. il G8 di Luglio, in cui i cittadini locali sono stati privati di ogni tipo di diritto, dalla segretezza della corrispondenza, alla libertà di circolazione e stabilimento – posso ben giustificare questa decisione di rimandare per problemi logistici. Quello su cui vale riflettere è invece l’utilità delle parole di Benedetto XVI, portate via dal vento troppo forte di una giornata aquilana: quanto rimarrà di una visita posticcia quando si tratterà, già da pochi mesi dopo, di ricostruire mattone su mattone – mattoni molto terrestri e poco spirituali – la propria vita e la propria casa e la propria città? E, non di meno, gli enormi capitali di cui il Vaticano è a disposizione possono/potevano essere investiti cospicuamente e efficacemente nell’emergenza e nelle ricostruzioni – non solo delle parrocchie?
Credo che il documentario di Valeria stimoli, nelle persone miscredenti come il sottoscritto, l’ennesima riflessione sul potere temporale della Chiesa e della spinosa questione dei fondi che inevitabilmente lo Stato italiano versa allo Stato Vaticano – continuerò a chiedermi perchè dobbiamo pagare con soldi nostri il restauro di edifici, chiese incluse, di proprietà della Curia. Riflessioni ulteriormente stimolate, in ambito aquilano, dalla scandalosa vicenda della Casa dello studente San Carlo Borromeo, costruita dalla Regione Lombardia e di fatto regalata alla Diocesi aquilana.






