Avviso: questo post è Giacobbo-friendly. Parlo del 2012, e ne parlo credendoci.
Per scongiurare il doppio dramma infatti dobbiamo sperare che il Governo cada e non venga rieletto a breve: immaginatevi infatti che il mondo vada a finire il 21.12.2012 e Berlusconi sarà ancora al potere. Una tragedia che potrebbe distruggerci, sia nel fisico che nel morale.
Non finisce il mondo, ma se finisce sarà meglio correre ai ripari. Quindi facciamo cadere sto governo e facciamo vincere una sinistra, che così potrà dire che per una volta se non hanno portato a termine la legislatura non è per colpa loro e delle loro scissioni. Pensate che bello, uno scenario apocalittico, il mondo che finisce e Uglianti (che sarà il nuovo leader della sx) che a reti unificate esprime il suo cordoglio ed i suoi estremi saluti.
Sarebbe anche carino che nel 2012 terminino i lavori sulla A3 Salerno – Reggio: quantomeno le persone che vogliano raggiungere i propri parenti ed i luoghi natii al sud non arrivino a giochi conclusi. Potrebbe persino morire Andreotti entro il 2012: anzi no, se non muore potrebbe essere il secondo uomo ufficialmente immortale (il primo mi dicono sia passato di qui 2010 anni fa).
Insomma, possono accaderne di cose entro il 2012. Una cosa però non avverrà sicuramente entro quella fatidica data: io che mi laureo.
Segue un abile esercizio del mio sport preferito, stimolare insulti. Lettori avvisati, mezzi salvati.
Inizierei con una riflessione semplice: se le foto in bianco e nero fossero solamente in bianco e nero, cosa vedreste? Una brutta bicromia triste e fuori moda. Quello che rende bello ed unico uno scatto b/n sono i grigi che si trovano tra la tutta luce ed il niente luce. Questo per dire che reclamo il diritto di percorrere una terza via.
Il posto è L’Aquila e le due vie sono 1) osanna osanna a Bertolaso e Berlusconi 2) le barricate con i comitati e l’assemblea cittadina. Ecco, io rifiuto cortesemente queste due opzioni e vado avanti. Vado avanti alla ricerca della terza strada fatta di fatti, lavori concreti, capacità di vedute a lungo termine e poche chiacchiere. Ma anche pochi protagonismi, poche proiezioni della mediacitità berlusconiana nell’area alternativa, chè un sacco di gente non è che questo. La copia, al di qua.
Sui fatti odierni dico no ad un ritorno del DPC che gestisca allo stesso modo di un anno fa la nostra terra; altrettanto fermamente dico no a posizioni ambigue, opposizioni di chiacchiere. Voglio che si ragioni facendosi aiutare da chi è competente in materia – e noi non lo siamo – e si facciano delle proposte concrete, prese con il coraggio di chi sa che da questa situazione dobbiamo solamente migliorare, rispetto al 5 Aprile, non al 7. Voglio che la ricostruzione si muovi secondo le regole del gioco, che tutti i cittadini si organizzino nelle forme necessarie a garantire una vera democraticità e col principio della rappresentanza – non del chi apre bocca per primo. Ecco, voglio che nessuno parli a nome mio se io non l’ho autorizzato – e per “autorizzato” intenderei anche un politico che io non ho votato ma che la maggioranza ha fatto.
Voglio evitare di trovarmi costretto a dire se sono bianco o nero, anzi, ad essere catalogato nero perchè sicuramente bianco non sei. Se poi io mi arrabbio e me la prendo con quelli che sono dalla mia stessa parte, non vi deve stupire: è facile prendersela con il Governo, lo faccio da anni, continuerò a farlo e voi vi aspettate che io continui così. Perciò mi rivolgo a voi: urlate così forte che il rumore che fate copre qualsiasi altra cosa e non vi accorgete che gli altri sono in silenzio. Provate, se non a tacere per un momento, a parlare a bassa voce e sentirete quel migliaio di sussurri che vorrebbero dire qualcosa ma che sono coperti dal vostro vociare.
In questo gioco noi siamo i deboli: non possiamo cercare la prova di forza, soprattutto se non siamo sicuri di aver fatto noi tutto il possibile prima di pretendere dagli altri.
Solito avviso: post personale in cui non si capisce nulla. Fate in tempo ad abbandonare questa pagina ed andare sulla pagina dei gattini di Flickr.
Il concetto chiave è chi me lo fa fare? Quando una decina d’anni fa comprai una t-shirt con questa scritta mi era ancora sconosciuta la portata di questa affermazione che andrebbe scritta nella Costituzione – tanto più che larga parte degli italiani ne fanno il motto di vita, nel senso più negativo della frase che potete immaginare.
Ma chi me lo fa fare? rimane comunque un punto di ritorno eterno dopo ogni avventura. Di qualsiasi tipo essa sia, impegnata o meno. Lo si può pensare dopo una scampagnata faticosa così dopo aver appena fallito l’ennesimo tentativo di cambiare il mondo. Sì, in effetti giunge quasi sempre dopo un clamoroso quanto doloroso fallimento.
Oppure ogni volta che si torna alla realtà: tipo che fai finta di ignorare che la gente sia così come ormai la conosci e ti impegni lo stesso, dando te stesso, per poi rimanere incuneato. E succede spessissimo! Incredibile come non si impari mai nè la gente cambi in minima parte. Secondo me, dopo un fatto degno di nota, cambia il nostro modo di vedere gli altri, ma gli altri in realtà rimangono uguali. Una roba simile insomma.
E quindi? Nulla, continuerò a provarci e poi alla fine, invece di vivere felice e contento mi ritroverò di sera – perchè una qualsiasi storia deve avere una conclusione con una sera dentro casa, mica può terminare al mare di mattina col sole! – a chiedermi “Ma chi me l’ha fatto fare?”
Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno
Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati
A tutti i Deputati
La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.
La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.
Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.
Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12 e 500 mila euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.
Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.
Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.
L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.
Assenza prolungata dal blog – o almeno produzione ridotta causa esami e caldo intenso. Non ve ne frega nulla? Bè neanche a me, passiamo al sodo.
Tempo addietro, una ventina di giorni per la precisione, ho avuto il piacere di accompagnare i “colleghi attivisti” di Valigia Blu per L’Aquila per produrre un documentario che poi è stato pubblicato e ripubblicato – lo trovate più sotto. Ma il punto non è questo, bensì due situazioni sulle quali successivamente ho riflettuto a lungo.
La prima mi è balzata alla mente quando ho provato a spiegare a Paolo (credo) cos’è per L’Aquila Ju Boss: ho iniziato con è una cantina ma poi mi ha dato da pensare. Cantina è riduttivo, sembrano quelle cose di paese dove il tressette conosce i momenti più alti, insieme alle bestemmie. Ju Boss è un locale. Ok, nel termine tecnico è un locale: si beve del vino, si mangiano i panini con la pizza e la lonza e il formaggio (le altre varianti fanno ridere in confronto), si pascola. Ma Ju Boss è il locale degli universitari: il giovedì è una bolgia, con o senza zona rossa, qui non conta nulla. Al Boss di rosso c’è solo il vino. Ma non è il locale di questi universitari: è il locale di tutti gli universitari di sempre. Anche quelli che poi la laurea l’hanno presa, il dottorato pure, ed oggi insegnano a quelli che sono a fianco al bancone gridando “Franco, me la dai una di Villa Gemma e tre taralli?!”. Ma non è tutto qui. Ju Boss (ricordo per i non aquilofoni che “ju” sta per “il”) è uno stato mentale, legato al locale, al bancone, all’odore del locale, alla piazzetta Regina Margherita ed alle due fontane della piazzetta. Il Boss è un mood, uno stato d’essere.
Per di più, uno stato dove il tempo non c’è: non puoi andare al Boss un’oretta, fino alle ore tot, dalle alle. Tu vai ad una certa e stai lì finchè non vanno via tutti – ora come ora finchè i militari non ti cacciano dal centro, ma questa è un’altra storia, qui si prescinde dal terremoto. Forse l’unico modo per avere una vaga idea di cosa sia realmente il Boss era essere presenti lo scorso 8 Dicembre, alla festa di riapertura: migliaia di persone, 5 generazioni, autobus venuti da fuori (sic!), vino e lacrime, e organetti e chitarre, e canti e balli e abbracci e foto. Una delle cose più belle che attualmente ho a memoria.
Ecco Paolo, questo è quello che non sono riuscito a spiegarti allora; ci ho messo venti giorni, pensa te!
***
L’altra cosa che mi sfrugolava le meningi era un’altra domanda di un altro ragazzo – perdonatemi, non ricordo chi. Passeggiando per il Corso, chiuso a destra e a sinistra dalle transenne, è uscita la domanda: “Ma che senso ha riaprire il Corso senza negozi, senza palazzi e transennato? Un’altra passerella mediatica?”. Lì mi sono stranito: ottenere la riapertura di quel pezzetto è stato come riavere un pezzo di cuore. Non potevamo essere stati presi per i fondelli anche in questa situazione, no.
Anche qui ci ho messo giorni per capire: se non sei di qui non puoi capire. Farsi il Corso è il nodo centrale della giornata di gran parte degli aquilani. Dalla Fontana alla Villa con sosta ai Quattro Cantoni ed in Piazza. Avete una vaga idea di quante cose potrebbero raccontare quei sanpietrini che lastricano la strada? No dai, non riesco neanche a pensare quanta Storia c’è passata. Guarda Maccarone che ha riaperto il bar: incassava pochissimo prima del terremoto, ha fatto i salti mortali per riaprire dopo (per guadagnare ancor meno probabilmente). Perchè? Per stare sul Corso! Non per altro, ma per essere lì. Per salutare dalla porta quei pochi che passano, una chiacchiera con qualcuno. Il Corso, così come tutto il centro storico, è quella cosa che finchè ce l’hai non sai di averne bisogno, ma quando non ce l’hai più, daresti te stesso per riappropriartene di una piccola parte.
Ieri mattina si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dell’Associazione Nazionale Cantiere AQ, fondata dall’ex Presidente della Provincia e neo assessore comunale Stefania Pezzopane.
Tralasciando un momento l’intento dell’associazione, mi vorrei soffermare sul logo: la cinta muraria dell’Aquila stilizzata assume la forma di un cardioide. Il problema è che la pianta è completamente sbagliata. Infatti, pur mantenendo – all’incirca – la forma triangolare, il Castello si trova in alto a destra (Nord-Est) e non a sinistra, abbastanza centrato per di più, come potete vedere dall’immagine qui sopra. Svista o esigenze grafiche?
Insomma, cominciamo con il piede giusto!
Ps. Si scherza. Seriosi di professione, non la prendete a male!
Pps. Probabilmente il logo è stato disegnato sulla mappa di Pico Fonticulano che riporta lo stesso “errore geografico”. Ma già dal 1700 le mappe della città appaiono corrette…
Nei giorni scorsi Arianna Ciccone e e il suo gruppo di attivistiValigia bluhanno prodotto questo video e queste foto sulla situazione a L’Aquila. Qui di seguito, Ciccone spiega il senso di questo reportage collettivo realizzato in Abruzzo a scopo di denuncia civile.
Ma a L’Aquila non era tutto risolto? E allora perché a un anno dal terremoto gli aquilani scendevano in piazza, occupavano le strade al grido di L’Aquila, L’Aquila?
Ci siamo messi viaggio per capire da vicino, per guardare con i nostri occhi, per parlare con i cittadini da cittadini, senza la mediazione di nessuno e soprattutto di un’informazione pubblica di cui non ci fidiamo più.
Noi siamo quelli della Valigia blu, 207 mila firme per chiedere una rettifica al Tg1 di Minzolini perché prescrizione non è assoluzione.
Siamo arrivati a L’Aquila da tutta Italia, non ci eravamo mai visti prima (è la Rete, Bellezza!), anche se gestiamo insieme il gruppo su Facebook “La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini” da mesi ormai. Ma fino ad ora era tutta una chat tra Skype, Facebook, Google e Twitter.
Alla stazione ci aspetta Tommaso, anche lui è di Valigia blu, studia e lavora a Bologna, ma è aquilano. Ci farà da guida. È stato lui a organizzare con i vigili del fuoco la nostra visita nella Zona Rossa.
Che poi è come dire tutta la città. A parte quei 700 metri di corso riaperti e comunque totalmente transennati, il centro storico de l’Aquila, 800 anni di storia, è tutta una inesorabile, paurosa, inquietante Zona Rossa.
Transenne e ponteggi. Lungo tutto il percorso. E quelle transenne, che proteggono da eventuali cadute di massi degli edifici, sono lì a sostenere la protesta di chi non ha più voce. Cartelli, striscioni, fogli, lenzuola scritte a mano che dicono una cosa sola: ridateci la nostra città, noi non la lasceremo morire. Un sezione a parte è dedicata proprio al TG1 reo di aver censurato il corteo di 20.000 aquilani del 16 giugno, quando in 5.000 hanno poi occupato l’autostrada A24 per attirare l’attenzione sulle loro condizioni.
Il giro nella Zona Rossa è un’esperienza immensamente più forte delle mille foto che abbiamo visto. Bisogna andarci, per capire.
Tra vicoli, piazze e strade, dove domina impietosa la struttura dei ponteggi, sai che quello è un museo all’aperto del post terremoto e ti chiedi se veramente a questo punto riusciranno a ricostruirlo. A un anno e tre mesi dal terremoto, la ricostruzione non è partita, e non si vede nessun segnale di ripresa. Sembra tutto fermo alle 3 e 32 di quel 6 aprile 2009.
Ma gli aquilani sono tosti e si sono messi in piazza con un presidio permanente per fare pressione sulle istituzioni, due locali storici del centro hanno riaperto proprio all’inizio del corso o nelle vicinanze, ma l’attività commerciale è ferma. Il centro è dei militari, dei vigili del fuoco e di Ringo e i suoi amici, i cani soli e abbandonati che seguono i vigili puntualmente nei loro giri dentro la Zona Rossa.
Parliamo con le persone che incontriamo, cerchiamo di capire come stanno, che sta succedendo. Sono persone normali, non “black bloc”: persone che vogliono ricostruire la loro città, hanno apprezzato la gestione dell’emergenza, ma dopo è stato abbandono e caos.
Nessuno sa quanti soldi ci sono per la ricostruzione, se e come potranno ricostruire le loro case, non ci sono direttive, la proroga continua delle tasse da pagare è uno stillicidio psicologico, l’economia è a terra, il lavoro non c’è più.
Al di là delle polemiche e delle responsabilità si cerca di capire ora cosa fare per aiutarli davvero. Ma come si fa ad aiutarli se prima non viene fuori come stanno veramente le cose, senza strumentalizzazioni né da una parte né dall’altra?
Non c’è democrazia senza verità. Cominciamo da qui. Cominciamo a chiedere la verità su L’Aquila, per favore.
Operazione trasparenza: questo non è un reportage, ma un racconto fatto da un gruppo di cittadini per i cittadini.
Siamo arrivati da Pavia, Milano, Roma. Bologna, Perugia, Napoli, Vicenza, ognuno con i suoi strumenti (telecamere, macchine fotografiche, iphone, videocamere, mac e pc portatili) e mettendo a disposizione le proprie competenze.
Abbiamo speso mediamente intorno ai 100 euro a testa (viaggio e soggiorno a L’Aquila) e il nostro lavoro non è in vendita, vi chiediamo solo di riprodurlo il più possibile. Ah, anche le musiche del video sono originali, le ha composte Matteo Ponzano in licenza creative commons proprio per l’Aquila.
www.valigiablu.it: Arianna Ciccone, Paola Avon, Roberta Aiello, Sebastiano Dalle Molle, Paolo Agnelli, Sigismondo Baldovino (Stefano Capezzuto), Filippo Minacapilli, Matteo Bottecchia, Matteo Pascoletti, Matteo Ponzano, Ruggero Ruggeri, Piero Filotico, Giorgio Tsiotas, Tommaso Tani