Thomas Anderson?

Non leggete questo post: ossia, cose false, guardate nei commenti ed aspettate il prossimo.

Oggi un gruppo di hacker (mi permetto il corsivo perché sono sempre un po’ restio ad utilizzare questo termine) ha bucato la rete del Centro nazionale anti crimine informatico rubando sostanzialmente tutti i dati relativi ad indagini e controlli della polizia postale. Il gruppo Lulzsec, legato alla rete di Anonymous (ricordate gli attacchi pro Wikileaks?) avrebbe in mano quindi le prove dell’utilizzo illegale di documenti informatici da parte della struttura di polizia. In passato gli stessi ragazzi avevano bucato i server di una ventina di Università italiane, diffondendo dati personali per tutta la rete.

Quando un collegamento mi ha chiesto di seguirlo in una chat IRC mi sono sentito un po’ ai vecchi tempi, quelli di quando si era molto più smanettoni e si adorava complicarsi le cose con i comandi testuali. E in fondo mi sentivo anche dentro un film: accedere a questa chat dove si parla in realtà di tecniche di hackeraggio (chat che scopro poi essere costantemente sorvegliata dalla Pol. Post.) e buttare lì un paio di domande che volevano sembrare più interessate all’attacco, anche subdole. Ed essere contattato privatamente da un utente che mi dice di entrare in un altro canale e cercare Attila. Altro che Matrix ragazzi miei.

Attila mi rimbalza ad un utente GTFO (aka get the fuck out, non servono traduzioni direi) che mi chiede se sono un giornalista: dopo gli arresti del 5 Luglio nel loro gruppo  ora sono molto cauti e conoscono i privilegi del segreto professionale. Gli dico che si, sono un giornalista freelance. Non si fida e per questo gli mostro una foto del mio tesserino caricata sul mio sito: in meno di 30sec. la foto viene vista da almeno 10 persone, segno che il ragazzo con cui parla deve prima verificare con altri “superiori” che io sia pulito, o robe simili. Chiaramente ho, per precauzione, salvato gli indirizzi IP di chi ha visto quella pagina. Anche io a questo punto gli chiedo punto di darmi una prova di essere dello staff, facendomi mandare un tweet privato dall’account del loro gruppo. Tutto funziona, quindi possiamo parlare.

Inizio a fare le solite domande, un po’ di rito, per far finta di volerne sapere in generale: sostanzialmente gli chiedo ciò che comunque è già scritto dovunque in rete. Poi passo alle cose più interessanti, tipo il perché di questo loro attacco. Alla domanda esplicita mi risponde un secco no comment ma basta girarci un po’ intorno e porgliela indirettamente facendogli notare che mi sembra più una ripicca che una dimostrazione secondo i canoni etici di Anonymous. Da lì ci vuole poco alla conferma che il furto dei dati è una vendetta per l’arresto dei componenti della loro crew. Loro sono della stessa famiglia, #Antisec un movimento nato dalla fusione di lulzsec ed Anonymous. Insomma, si fotta l’etica della libertà di informazione, se tocchi uno dei nostri te la faccio pagare: una banda.

Cerco di far riflettere il ragazzo con cui sto parlando, che mi appare sempre più uno messo lì solo a riferire informazioni – peraltro molto simpatico!, che tra i dati trafugati e che minacciano di pubblicare molto probabilmente ci sono dati sensibili di inchieste della polizia postale: roba che possono mandare all’aria investigazioni su frodi informatiche e indagini internazionali, magari facendo saltare delle coperture (tra i primi doc ci sono anche copie di documenti). Lui mi risponde che infatti stanno visionando gli 8Gb di file per capire cosa possono pubblicare e cosa invece potrebbe essere pericoloso – l’idea che possano non essere loro a saperlo non gli passa neanche per la testa. Inoltre la release dei dati è così lenta perché i pdf trafugati sono dotati di una backdoor che localizza il lettore al di fuori della rete della Pol.Post.

Mentre parliamo GTFO mi informa che attraverso una VPN (una rete privata virtuale) gli stanno arrivando altri file, evidentemente da chi ha compiuto l’operazione o chi si occupa di selezionarli e di aspettare in linea che li vediamo insieme. Ottimo penso, mi porto a casa una notizia nuova, penso. Inizia a dirmi a grandi linee cose c’è dentro, ambasciata australiana, forze armate del belgio, Procura di Genova (cose tra l’altro già presenti nel primo file rilasciato) e anche dei documenti sui monitoraggi della loro chat. Gli chiedo se può già passarmeli – “sì, ma devi MUOVERTI”. E mi passa un link. Poi va immediatamente offline e mentre scarico, anche il download si interrompe. Evidentemente non poteva ancora divulgarli. E la conversazione finisce qui, e con essa questa strana scena da film anni ’90.

In conclusione, mi sembra che intorno alla vera crew “NKWT LOAD” che ha fatto l’attacco ci sia un gruppo di ragazzini che gli faccia da front-end in modo da gestire i media in modo efficiente e non essere scoperti direttamente. Per quanto riguarda un’analisi più profonda delle motivazioni e dell’attacco, non posso che rimandarvi al giustissimo post di Fabio Chiusi.

Pensiero di una mattina di inizio estate – e non me ne voglia William Shakespeare

e un post, dopo mesi che non scrivo, lo vorrei dedicare a tanta gente. Più che un post, si tratta di un pensiero, ma vuoto: non un concetto da esprimere, non una valutazione, bensì solo un concetto di pensiero, una formula vuota, un tocco intellettuale.

Sono certo di scatenare una ressa tra tutti gli ipotetici destinatari di questo regalo, tutti ansiosi e speranzosi di essere i prescelti fortunati. E io, visto che sono magnanimo, non mi risparmio e non centellinerò i miei omaggi. Insomma, ce n’è per tutti.

Ce n’è per quei 300.000 ingannati da un marketing politico scoppiato su Facebook, che anche dopo essersi accorti (chissà se lo hanno fatto) di essere stati ingannati, stavolta dall’altra parte, per orgoglio intellettuale continuano a difendere l’anonimo precario-talpa (e che Assange ce ne scusi degli accostamenti indebiti di questi giorni) e anche loro stessi. Belli voi! Come siete carini: ho un altro paio di cose per voi. Ho sentito dire che gli aerei rilasciano scie chimiche per controllare il comportamento e che il radon produce terremoti. Però non lo dite troppo in giro, sennò vi vengono a cercare. Io stesso sto scrivendo da un internet point sotto falsa identità di un egiziano.

Ho già regalato un pensiero a 300.000 persone, ma posso fare di più. Posso coinvolgere in questa generosa distribuzione anche quelli che credono che tutto gli è dovuto: ed avoglia se supero le 300.000 persone stavolta. Aspettate che arrivi il vostro momento, aspettate che arriverà ciò che vi meritate. Aspettate. Io nel dubbio mi faccio il culo, sai mai che qualcuno dovesse venire a reclamare un ringraziamento in un qualche futuro, più o meno remoto. Non voglia il cielo che debba riconoscere il merito di qualcosa che ho a qualcun altro – o peggio che mai, alla fortuna! Na, io sto bene così, sono cresciuto così e continuerò a dannarmi l’animo. Tanto non posso far nulla lo stesso, tanto vale sentirsi orgogliosi di se stessi: e me ne vanterò poi, al momento giusto.

Possibile che ancora non sono contenti e ne vogliono ancora? Potrei accontentare i furbi, ma anche lì sono troppi. Potrei restringere a quelli che si aggiustano i cazzi loro a discapito del mondo – anzi no, chissenefrega del mondo, solamente a discapito mio (quindi anche io mi aggiusto in cazzi miei? oddio, entro in loop). Anche a loro un pensierino, perchè gli fa bene: quando pensi tutta la giornata solo a te stesso, non curandoti del resto, credo che li farà sorridere sapendo che c’è anche qualcun altro che li pensa.

Ah, poi le vittime! Per loro, più di un pensiero, un consiglio: alzate il culo e fate qualcosa. Vicini a loro, chi crede nel merito e poi vive nel merito di altri: dai, ci credete sul serio?

Insomma, credo adesso di aver raggiunto abbastanza persone con i miei pensieri: se qualcuno è rimasto fuori, me lo scriva pure, motivando: non lascio mai nessuno a bocca asciutta.
Nemmeno me stesso.

Nel caso ci fosse qualche gentile lettore che si trovi da quelle parti, il 12 Maggio, alle 21:00 ci sarà una piacevole chiacchierata che prende spunto da un articolo che scrissi tempo fa su come la città di Faenza nel 2000 si adoperò per affrontare quanto più serenamente possibile uno sciame sismico molto inquietante.
Avevo dimenticato di scrivere che sì, ci sarò anche io.

Non fiori ma opere di bene.

Info sul sito www.ionontremo.it

Il gas verso la Luna – andata e ritorno.

Una volta era il tecnico di laboratorio dell’INGV del Gran Sasso. Poi è diventato lo scienziato che studia i terremoti. Poi quello che li prevede. Poi quello che lo ha previsto, la Cassandra, a cui nessuno ha creduto.

Ora il nostro amico Giuliani ha deciso di sposare la causa di Bendanti, astronomo faentino per caso datosi alla sismologia, che in una bizzarra analogia di ruoli, prevedeva i terremoti con i pianeti al quale però nessuno credeva. Ora l’argomento torna alle cronache perché è stato messa in bocca al romagnolo la previsione di un terremoto che distruggerà Roma l’11 di Maggio 2011.

Ora, è pacifico, anche tra i suoi sostenitori – G. in primis – che Bendanti non abbia mai parlato né predetto questo sisma. Il nostro compaesano appassionato di gas però rilancia sostenendo che il suo analogo aveva previsto i terremoti di Indonesia e Giappone.
Come vi siete accorti questa notizia è stata ripresa dalle agenzie di stampa mondiale e subito flotte di scienziati interplanetari stanno facendo la coda per studiare gli scritti del faentino che però, fortunatamente oserei dire, sono in mano solo del nostro Giuliani, per poter finalmente permettere una corretta analisi dei dati e delle previsioni affidabili che salveranno la vita a milioni di persone.

A parte gli scherzi, un conto è giocare al lotto ed indovinare tre numeri, un conto fare della scienza. Visto che non si deve mai impedire a nessuno di portare avanti le proprie ricerche – anche se sarebbe bello se questi le condividessero con il mondo, mi auguro quantomeno che certe testate che di Giuliani hanno fatto il proprio cavallo di battaglia editoriali (aggiungerei in mala fede, ben conoscendo la falsità e l’inesistenza della buona fede) evitino di definirlo come “lo scienziato che ha previsto il sisma che ha colpito l’Abruzzo nel 2009″.

Almeno del buon gusto, please.

ps. So che la lettura di questo post è limitata a pochi intimi e non ho la pretesa – ma neanche il desidero d’altro canto – che qualcuno degli interessati venga a leggere da queste parti. Però mi piacerebbe che ci fosse un’anima in pena presa dallo scrupolo che tenti di ribattermi con dei fatti, che si dimeni per provare giusta una teoria.

In prescrizione

Insulti e percosse all’arrivo degli arrestati da parte di assembramenti di varie forze di polizia, ma non con sistematica frequenza, come detto da diverse parti offese; posizione vessatoria, (in piedi, gambe divaricate e braccia alzate diritte sopra la testa) nel cortile, contro il muro della palazzina delle celle, contro la rete di recinzione del campo da tennis o nei pressi della palazzina delle fotosegnalazioni; passaggio nel corridoio tra due ali di agenti di varie forze che percuotevano con schiaffi e calci, sgambettavano, ingiuriavano e sputavano; posizione vessatoria in cella o in ginocchio col viso alla parete, per 10, 18 o 20 ore, senza riposarsi o sedersi se non per pochi minuti; la posizione vessatoria della “ballerina”, sulla punta dei piedi o su un a gamba sola e far stare per ore con le mani strette nei laccetti di plastica; provata l’imposizione di tali posizioni anche a persone ferite o in menomazione fisica; provate le percosse al corpo compresi i genitali con le mani coperte da pesanti guanti di pelle, o con i manganelli, in tutti i locali per costringere alla posizione vessatoria, senza motivo o perché i soggetti avevano chiesto un magistrato o un avvocato o di andare in bagno o di conoscere il motivo del fermo o dell’arresto; provati spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle; provati insulti a fondo sessuale, razzista; a contenuto politico; provate minacce di percosse o di morte, di stupro; provata la costrizione a pronunciare frasi lesive della propria dignità personale e frasi e inni al fascismo al nazismo e alla dittatura di Pinochet; provato il taglio forzato dei capelli e la distruzione di oggetti personali; provate le lunghe attese prima di andare in bagno e costrizione dei soggetti a urinarsi addosso; provata la “marchiatura” sul volto con pennarello degli arrestati della scuola Diaz.

Non aggiungo altro.

Nessuno ha il coraggio di togliere il crocifisso, neanche per difenderlo

Leggevo stamattina su LaStampa.it un interessante articolo di Rusconi a proposito della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sul ricorso dell’Italia contro un’altra sentenza della stessa Corte che dichiarava illecita la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche.

Nell’articolo ci sono due punti fondamentali che vengono analizzati, sui quali mi trovo prima d’accordo, poi sostanzialmente divergo.
Nel primo punto, quello su cui do fondamentalmente ragione a Rusconi, è quella del ruolo del crocifisso: in ogni sentenza della CEDU in questo campo, per giustificare il mantenimento del simbolo religioso nelle scuole o nei pubblici uffici, si va per assurdo a sminuirne il significato, svuotandolo sostanzialmente di ogni valenza religiosa. E di questo, nessuno si lagna: tutti quei cattolici che si battono per avere lì appesa la croce di legno sostanzialmente accettano che si dica che quello non sia un simbolo in cui credere, che non ci sia un valore della fede e che insomma, dallo spirituale si passa al temporale. Il crocifisso come un simbolo culturale, si dice, come tradizione. Come se mettessimo una raffigurazione di una barca nelle scuole di una ex repubblica marinara insomma. O giù di lì. Di questo “scandalo” (dovrebbe essere così se realmente si crede nella religione cattolica) nessuno rimane indignato, forse perchè nessuno ci ha mai riflettuto e pur di vincere la propria disputa, si mettono sul tavolo anche le proprie – a questo punto quanto profonde? – convinzioni?

Il secondo punto di Rusconi sul quale a mio avviso scivola grossolanamente riguarda la strada da percorrere quindi: addita come giusta una sentenza della Corte Cost. Bavarese in cui sostanzialmente, dopo una gran disputa, si decide che il crocifisso può rimanere lì fino a che qualcuno non si lamenta. Sembra una grezzata, ed in effetti lo è, ma è proprio così: nel caso di proteste, le autorità, prima scolastiche, poi man mano salendo fino alle corti statali si preoccupano di conciliare le pretese e possono arrivare, in caso, anche a rimuoverlo. Quindi sostanzialmente, finchè non rompono, lasciamo correre.
Questa a mio avviso non è affatto una soluzione ma semplicemente un nascondere la polvere sotto il tappeto, calpestando alcuni dei più basilari principi del diritto. Infatti, già in USA ed in Svizzera è stato messo in evidenza dalle rispettive Corti che affidare il ricorso ogni volta ad un singolo porta sostanzialmente all’annullamento della possibilità di ottenere giustizia perchè in fondo, chi mai ha tempo, soldi e voglia di imbarcarsi in un’avventura giuridica lunga anni per far levare un simbolo religioso per vedersi dare ragione quando magari i propri figli che si voleva tutelare saranno già belli che laureati? Non funziona, non funziona. Per non parlare di quegli altri principi spiccioli tipo l’uguaglianza delle persone e delle confessioni religiose – perchè mio fratello mussulmano in classe ha ottenuto la rimozione del crocifisso ed io che sono in un’altra scuola no? – e la certezza del diritto che verrebbe lasciato, esattamente, al caso.

La soluzione, se si vuole mantenere una parvenza di modernità e di giustizia nei confronti di tutti i cittadini e di tutte le religioni è una e facile: rimuovere ogni simbolo religioso dai luoghi pubblici. Questo è stato deciso in Svizzera e, forse esagerando (causando enormi reazioni in merito alla questione del velo) anche in Francia con una legge del 2004. Per ora la CEDU tenta di arginare il problema in sostanza non affrontandolo mai e trovando delle varie giustificazioni di volta in volta che rimettono la patata bollente allo Stato in questione (oggi l’Italia, ieri la Turchia su altre questioni), proponendo un’elasticità abbastanza inusuale e curiosa per l’organo che in effetti è/dovrebbe essere.

Ci deve pur essere un posto in cui alla fine finiscono tutte le cose

C’è una persona che ha immaginato esista un posto dove finiscono tutti gli sbadigli interrotti. E’ verissimo, tutti quelli lasciati a metà da sguardi fulminanti, da dispettosi compagni che te lo bloccano di proposito e così via. Ogni mezzo sbadiglio vola via, verso questa Mecca degli sbadigli perduti.

Io però credo che quei sospiri non stiano lì da soli: infatti vicino devono esserci anche gli stiracchiamenti interrotti bruscamente, per le stesse cause degli sbadigli e ancora un po’ più in là, tutte le idee non realizzate ed i progetti lasciati a metà. Pensate a che distesa di palle luminose, ognuna raffigurante un pensiero irrealizzabile, o per eccessiva maestosità o per mancanza di volontà di chi l’ha partorito. Quello deve essere un po’ il paradiso.

Che io poi avrei voglia di scrivere

Non è che io non abbia voglia di scrivere sul blog: avrei tanto da raccontare, ultimamente anche di cose belle. Oppure del mio fantastico programma per la webtv Shameless TV sul bricolage, iBrugola, che riscuote un successo planetario.

Potrei aggiornarmi sulla mia vita dicendovi che in meno di tre giorni ho fatto dello shopping, ho cambiato camera, formattato il computer ed ora ho anche un bonsai di nome Arturo. Tutte cose per cui mi serviva un’energica spinta.

Cioè, sarebbe bello riprendere un contatto con voi appassionati lettori, ma c’è una cosa che mi frena: ogni volta, prima di scrivere un post do uno sguardo alle statistiche del sito e vedo che il 75% delle visite sono dovute a gente che ricerca informazioni sulle prostitute a Bologna, tipo “dove sono puttane di giorno bologna” o “troie zona fiera”. Tutto questo perchè tempo fa scrissi una cosa, una mini storia ispirata appunto da un trans che girava sotto casa quando abitavo in via Stalingrado.

Per questo motivo ogni volta mi demoralizzo e lascio milioni di bozze salvate a metà che non vedranno mai la luce. Ci tenevo però a farvi sapere il perchè di questo silenzio.

Via dei matti, n. 0

Per questioni di contratti d’affitto mi sono ritrovato a chiacchierare con la ragazza che gestisce le proprietà di un tal Mr.X di Bologna, padrone della mansarda a cui felicemente verso la quota mensile.

Vengo così a scoprire tanto della mafia degli immobili e del substrato del centro di Bologna. Vengo a conoscenza, tra l’altro, che:

  • tutto il palazzo, e quello dopo, e quello dopo ancora, sono di proprietà del Mr.X e tutti gli inquilini sono in affitto. Ma anche da 60 anni, c’è gente che qui c’è nata e cresciuta, in affitto.
  • che lo stesso Mr.X, oltre a possedere metà di via Irnerio (la mia) ha anche metà via Marconi (super centro residenziale) e che supera i 300 appartamenti.
  • che sempre Mr.X possiede alcuni dei locali più famosi di Bologna (es. Redrum) e che è in causa con molti di essi per insolvenza dei canoni d’affitto – peraltro molto bassi in relazione agli incassi.
  • che la mansarda di fianco è affittata a solo una persona ed in realtà ci dormono in una decina.
  • che il tizio che abita al piano di sotto e mi saluta svogliatamente in ascensore è il manager di Zucchero, Bocelli e Giorgia – o lo è stato per anni, non ho ben capito.
  • che un altro tizio che abita al piano di sotto, un po’ vecchio e scontroso è il proprietario del locale in centro più conosciuto dai giovani (Millennium)

Insomma, se non avete una portinaia potete fare del gossip con l’amministratore del condominio.

Tutte le mie torri

Casa mia – come forse tutte le case di studenti fuori sede in genere – è caratterizzata dalla presenza di alcune torri, significative della nostra vita. Sì, esattamente torri.

Iniziando dalla cucina, oltre il caratteristico mucchio d’immondizia partenopeo, c’è l’italianissima Torre di Pisa: decine di cartoni delle pizze impilati l’uno sull’altro in un equilibrio molto precario, sono il simbolo dell’amicizia con il fattorino delle pizze ed al tempo stesso rappresentano il nostro orgoglio nazionale. Cosa mangeremmo se non esistesse la pizza a domicilio? Altra roba a domicilio direte voi; ma forse non è così semplice..

Spostandosi sempre nel salone/cucina/ingresso, resterete ammaliati dalla Torre di Hanoi: un mucchio di bagagli valige e suppellettili in attesa di una collocazione, si spostano da una stanza all’altra come i malefici cerchi in legno del giochino per cervellotici passano da un pirulo ad un altro nel loro migrare da quello di destra a quello di sinistra. La differenza è che nel gioco c’è una soluzione, in casa no.

Le altre due torri sono in bagno: la prima, sulla mensola, a sinistra dello specchio. Un bicchiere con il dentifricio e gli spazzolini. Sette spazzolini. E ci abitiamo in due. Questa è la vera Torre di Babele, che mischia e confonde le lingue, così come i denti. Nessuno sa a chi appartengono gli strumenti di pulizia dentaria, perchè è chiaro che non sono dei nostri doppioni. Erano semplicemente lì e nessuno ha mai pensato di portarli via, non si sa mai..

Molto simile è la Tour Eiffel, la torre della vanità, in pieno stile gallico: una ventina di flaconi di bagnoschiuma, shampoo e balsami, quasi totalmente vuoti, che si ammassano nell’angoliera porta saponi della vasca. Sono lì da quando è stata costruita casa, sono appartenuti a tutti gli inquilini passati di lì. Osservando con cura i prodotti, si può capire anche quante donne e quanti uomini ci siano stati. Il balsamo ancora pieno è il mio: ho sbagliato a comprarlo e l’ho confuso con lo shampoo..

Le ultime, giustamente, sono le due torri: gli Asinelli e la Garisenda, sul divano della mia camera. Sono i vestiti che tolgo e butto lì, accumulati nei mesi. L’altro giorno, in Dicembre, ho trovato anche un costume da bagno. Alè.