MegaUpload, SOPA e copyright infringement

Anche io ho protestato nei giorni scorsi contro l’adozione al Senato USA del Stop Online Piracy Act (SOPA) oscurando il mio blog. Non che se ne sia accorto qualcuno, ma è il pensiero che conta. Per chi fosse stato offline negli ultimi mesi, il SOPA (o la SOPA?) è un progetto di legge che, con la scusa di creare utili strumenti per la lotta del copyright infringement sostanzialmente attribuisce ad autorità non giudiziarie la facoltà di censurare a proprio piacimento e preventivamente i contenuti della rete. Un abominio insomma.

Il succo della protesta, promossa tra l’altro da Google come da mille altri grandi nomi del web mondiale (Wikipedia oscurata si ricorderà..), per chi non l’avesse afferrato non è quello di poter scaricare illegalmente musica, film e software ma garantire la libertà di informazione del mezzo internet e combattere le possibili censure che con il SOPA potevano essere messe in atto da chiunque.

Ieri (19 Gennaio) la notizia dell’oscuramento di Megavideo e tutti i siti collegati alla sua società – in tutto sono circa una ventina del tipo Megaqualcosa.com, dell’arresto degli amministratori della società con sede legale in Nuova Zelanda e la confisca di oltre un centinaio di milioni di dollari con annesse Maserati, Ferrari e Mercedes. L’inchiesta “Mega Conspiracy” promossa dall’FBI muove accuse molto gravi: oltre alla violazione del diritto d’autore tramite la diffusione non autorizzata di materiale ad esso soggetto è stato contestata l’esistenza di una struttura in scala mondiale per il riciclaggio di denaro frutto di attività illecite. Quantificando, si parla di 500 milioni di dollari di danni verso i proprietari dei diritti d’autore e di 175 milioni di incassi illeciti. Sono cifre assurde che gli amministratori di questa società hanno realizzato diffondendo illegalmente materiale protetto. E questo è incontestabile. E lo sapevano TUTTI.

A seguito di questa operazione, il gruppo Anonymous scatena una serie di attacchi contro dei siti governativi americani per ripicca contro la chiusura di MegaUpload.

Una serie di considerazioni personali: chi ha protestato contro il SOPA non può ora difendere né MegaUpload né tantomeno la vendetta di Anonymous. Questo gruppo di hacker (per modo di dire, intendiamoci) ormai sono sempre più allo sbando e se prima hanno supportato battaglie legittime come quella di Wikileaks ad oggi si ribellano contro ogni tipo di azione sindacando sulla sua legittimità come fossero i padroni di internet e dei principi del diritto del web. Un caso su tutti, quando attaccarono i server della Polizia Postale dopo che furono arrestati alcuni dei loro componenti per crimini commessi. Insomma, ormai agiscono sotto l’anonimato per fare i beati comodi loro ed erigersi a paladini della difesa dei diritti online. Ma, come si diceva una volta, not in my name.

Il tempismo dell’azione dell’FBI è strepitoso, a ridosso delle manifestazioni anti SOPA. Ma appunto per questo, se crediamo veramente che questo progetto di legge sia sbagliato, non possiamo difendere dei criminali né tantomeno dei criminali che vendicano altri criminali. Di servizi di storage online ce ne sono, gratuiti ed a pagamento, MegaUpload era decisamente votato all’illegalità. I nuovi store online di musica, video e software hanno abbassato i prezzi e facilitato ogni tipo di acquisto. Non ci sono più scuse per rubare.

Ps. A questo link potete trovare il testo integrale del procedimento dell’FBI.

Diritto al socialing

Sintetizzando, twitter è un maginifico strumento di marketing del proprio ego. Questo estremizzando le note polemiche che mi saltano ultimamente leggendo ciò che viene postato in giro.

Da dove viene questa dolce presa di posizione? Dal caos che ultimamente è nato su twitter e sulla sua commercializzazione, sulle numerose iscrizioni di più o meno vip a questo altro social network che viveva in santa pace già da anni. Il problema però per me è un altro: quello di quale funzione abbia questa piattaforma nel mondo ed il diritto, passatemi l’espressione, a farsi i cazzi propri.

Sul primo punto. Non c’è dubbio che twitter ultimamente abbia contribuito un pochino a cambiare il modo in cui stiamo al mondo: è stato lo strumento di comunicazione principe durante la c.d. primavera araba - le rivoluzioni di Libia, Tunisia, Egitto, Siria – che ha permesso alla gente di organizzarsi e di bypassare un’informazione controllata di regime, fino ad arrivare al live tweet della Costituente in Tunisia, la cui popolazione non aveva la vaga idea di cosa potesse essere la libertà d’espressione.
Ha cambiato il modo in cui, anche in paesi civili (?) come l’Italia, le notizie si diffondo: dall’utilità sociale durante l’alluvione di Genova dei primi di Novembre in cui si retwittavano numeri di emergenza e consigli per i soccorsi, alla fase delle dimissioni del vecchio governo / nomina dei nuovi ministri: il vicedirettore di un giornale che fa trapelare una notizia, poi smentita, e che sconvolge la borsa e la nomina di un Ministro, anticipata dalla rete più che dalle canoniche agenzie di stampa.

Insomma, twitter può molto da questo punto di vista. Ma on the other hand, twitter è un social network e come tutti gli altri, è – e aggiungo, è giusto che sia anche così – utilizzato per uso personale e puramente “ludico”. Infatti, da un’analisi cronologica, vengono prima i cazzoni che i salvatori dell’informazione: da anni infatti si cinguetta dei fatti personali, si inventano giochi di gruppo con gli hashtag e si usa internet sostanzialmente per perder tempo. Curioso il fenomeno delle tweetstar, ossia individui più o meno anonimi che diventano popolari per nessuno o qualche motivo: spesso semplicemente perché fanno naturale esibizione di una volgarità poco espressa, fortunatamente, nella vita reale e che trova una buona via d’uscita dietro un nickname (anche se alcuni ormai, vista la notorietà, sono ben conosciuti). Personaggi che a volte rinunciano alla dignità per avere dei follower; ma va bè, il mondo è bello perché  e vario ed ammetto che io stesso a volte faccio fatica a non dare una sbirciata ai loro profili per farmi due risate. Ma chiaramente, non perché la goliardia sia venuta prima il mondo di twitter appartiene a loro, anzi!

Ultimo caso, quello più recente, è quello dei vip che cercano una nuova gloria in 140 caratteri: sorvolando su chi c’è da sempre e sulle “celebrità” che utilizzano realmente twitter per qualcosa (penso ai vari giornalisti straseguiti), l’esempio più eclatante credo che sia stato Fiorello. Due mesi fa si iscrive nel social network e si dimostra uno dei più attivi in assoluto, con foto e video ogni mattina (la “famosa” rassegna stampa con Cesare), balzando a oltre 150.000 follower. Guarda un po’, le sue incursioni mattutine nell’edicola aprono il suo show che segna il gran ritorno sulla prima serata di Raiuno, super share e quant’altro, e segna anche l’ingresso di twitter nell’alta società anziana del pubblico della prima rete, declamato in ogni momento ed ogni angolo del programma. Difficile non pensare come l’iscrizione al social network non sia stata una geniale pensata di un ufficio stampa veramente ben preparato: comunque sia andata, 10+ all’operazione.

Dopo questa bella analisi dei fatti vorrei piuttosto far notare come possano benissimo coesistere su twitter le sue due anime, serie e scherzose: chi non se ne vuole sentire intaccato, basta che non si occupi dell’altra, non è difficile, basta selezionare accuratamente chi seguire. Se vi fa schifo Gerry Calà, basta non includerlo nella lista e non imprecare perché c’è anche lui mandandolo nei trending topics. Se vi rompete a leggere cose serie, condivisioni di link di articoli interessanti e costruttivi, idem, potete leggere gli aggiornamenti di un @dietnam qualunque e risolvete la faccenda.
L’importante è che non vi sentiate in diritto di dire cosa può e cosa non può stare su twitter perché, e chiaramente lì è il bello, lì è la “democrazia del mezzo”, tutti posso essere presenti e scrivere quello che vogliono. Sta a voi ottimizzarlo e ritagliarlo secondo le vostre misure.

Cercate di essere coinvolti.

Miei cari,
che spettacolo!
Mi trovo faccia a faccia con la volontà del popolo.
Voi siete la volontà del popolo.
Migliaia e migliaia di norvegesi – a Oslo e in tutto il paese – fanno la stessa cosa stasera.
Occupano le strade, le piazze, gli spazio pubblici con lo stesso messaggio di sfida: abbiamo il cuore a pezzi, ma non ci arrendiamo.
Con queste fiaccole e queste rose mandiamo al mondo un messaggio: non permetteremo alla paura di piegarci, e non permetteremo alla paura della paura di farci tacere.

Il mare di gente che vedo oggi davanti a me e il calore che sento da tutto il paese mi convince che ho ragione.
La Norvegia ce la farà.
Il male può uccidere gli individui, ma non potrà mai sconfiggere un popolo intero.
Questa sera il popolo norvegese sta scrivendo la storia.
Con le armi più potenti del mondo – la libertà di parola e la democrazia – stiamo disegnando la Norvegia per il dopo 22 luglio 2011.

Ci saranno una Norvegia prima e una Norvegia dopo il 22 luglio.
Ma sta a noi decidere come sarà la Norvegia.
La Norvegia sarà riconoscibile.
La nostra risposta ha preso forza durante le ore, i giorni e le notti difficili che abbiamo dovuto affrontare, ed è ancora più forte questa sera: più apertura, più democrazia. Determinazione e forza.
Noi siamo questo. Questa è la Norvegia.
Ci riprenderemo la nostra sicurezza!

Dopo gli attacchi di Oslo e Utøya, abbiamo affrontato uniti lo shock, la disperazione e il lutto.
Continueremo a esserlo, ma non sarà sempre come è adesso.
Lentamente, qualcuno inizierà per primo a essere in grado di riaffrontare la vita di tutti i giorni. Per altri ci vorrà più tempo.
È importante che siano rispettate queste differenze. Tutte le forme di lutto sono ugualmente normali.

Dovremo comunque prenderci cura l’uno dell’altro.
Dimostrare che è qualcosa cui teniamo.
Dobbiamo parlare con quelli per cui è stata più dura.
Dobbiamo essere umani e fraterni.
Noi riuniti qui questa sera abbiamo un messaggio per tutti quelli che hanno perso qualcuno cui volevano bene: siamo qui per voi.

Guarderemo anche in avanti per la Norvegia dopo il 22 luglio 2011.
Dobbiamo fare attenzione a non arrivare a conclusioni affrettate mentre siamo un paese in lutto, ma ci sono alcune cose che ci possiamo promettere questa sera.

Prima di tutto, oltre tutto questo dolore, possiamo intravedere qualcosa di importante che ha messo le sue radici.
Ciò che vediamo questa sera potrebbe essere la più grande e la più importante marcia che il popolo norvegese abbia mai condotto insieme dalla Seconda guerra mondiale.
Una marcia per la democrazia, per la solidarietà e per la tolleranza.

Le persone in tutto il paese sono fianco a fianco in questo momento.
Possiamo imparare da questo. Possiamo fare più cose come questa.
Ognuno di noi puoi contribuire a costruire una democrazia un po’ più forte. Questo è ciò che vediamo ora qui.

In secondo luogo,
voglio dire questo a tutti i giovani raccolti qui.
Il massacro di Utøya è stato un attacco contro il sogno dei giovani di rendere il mondo un posto migliore.
I vostri sogni sono stati interrotti bruscamente.
Ma i vostri sogni possono essere esauditi.
Potete tenere vivo lo spirito di questa sera. Voi potete fare la differenza.
Fatelo!
Ho una semplice richiesta per voi.
Cercate di essere coinvolti. Di interessarvi.
Unitevi a una associazione. Partecipate ai dibattiti.
Andate a votare.
Le elezioni libere sono il gioiello di quella corona che è la democrazia.
Partecipando, voi state pronunciando un sì pieno alla democrazia.

Infine,
sono infinitamente grato di vivere in un paese dove, in un momento così critico, il popolo scende nelle strade con fiori e candele per proteggere la democrazia.
Per commemorare e onorare le persone che abbiamo perso.
Questo dimostra che Nordahl Grieg aveva ragione: «Siamo così pochi in questo paese, che ogni caduto è un fratello e un amico».

Ci porteremo tutto questo con noi mentre iniziamo a mettere insieme la Norvegia del dopo 22 luglio 2011.
I nostri padri e le nostre madri ci avevano promesso: «Non ci sarà mai più un 9 aprile».
Oggi diciamo: «Non ci sarà mai più un altro 22 luglio».

Jens Stoltenberg, Primo Ministro della Norvegia, Partito Laburista.

 

Thomas Anderson?

Non leggete questo post: ossia, cose false, guardate nei commenti ed aspettate il prossimo.

Oggi un gruppo di hacker (mi permetto il corsivo perché sono sempre un po’ restio ad utilizzare questo termine) ha bucato la rete del Centro nazionale anti crimine informatico rubando sostanzialmente tutti i dati relativi ad indagini e controlli della polizia postale. Il gruppo Lulzsec, legato alla rete di Anonymous (ricordate gli attacchi pro Wikileaks?) avrebbe in mano quindi le prove dell’utilizzo illegale di documenti informatici da parte della struttura di polizia. In passato gli stessi ragazzi avevano bucato i server di una ventina di Università italiane, diffondendo dati personali per tutta la rete.

Quando un collegamento mi ha chiesto di seguirlo in una chat IRC mi sono sentito un po’ ai vecchi tempi, quelli di quando si era molto più smanettoni e si adorava complicarsi le cose con i comandi testuali. E in fondo mi sentivo anche dentro un film: accedere a questa chat dove si parla in realtà di tecniche di hackeraggio (chat che scopro poi essere costantemente sorvegliata dalla Pol. Post.) e buttare lì un paio di domande che volevano sembrare più interessate all’attacco, anche subdole. Ed essere contattato privatamente da un utente che mi dice di entrare in un altro canale e cercare Attila. Altro che Matrix ragazzi miei.

Attila mi rimbalza ad un utente GTFO (aka get the fuck out, non servono traduzioni direi) che mi chiede se sono un giornalista: dopo gli arresti del 5 Luglio nel loro gruppo  ora sono molto cauti e conoscono i privilegi del segreto professionale. Gli dico che si, sono un giornalista freelance. Non si fida e per questo gli mostro una foto del mio tesserino caricata sul mio sito: in meno di 30sec. la foto viene vista da almeno 10 persone, segno che il ragazzo con cui parla deve prima verificare con altri “superiori” che io sia pulito, o robe simili. Chiaramente ho, per precauzione, salvato gli indirizzi IP di chi ha visto quella pagina. Anche io a questo punto gli chiedo punto di darmi una prova di essere dello staff, facendomi mandare un tweet privato dall’account del loro gruppo. Tutto funziona, quindi possiamo parlare.

Inizio a fare le solite domande, un po’ di rito, per far finta di volerne sapere in generale: sostanzialmente gli chiedo ciò che comunque è già scritto dovunque in rete. Poi passo alle cose più interessanti, tipo il perché di questo loro attacco. Alla domanda esplicita mi risponde un secco no comment ma basta girarci un po’ intorno e porgliela indirettamente facendogli notare che mi sembra più una ripicca che una dimostrazione secondo i canoni etici di Anonymous. Da lì ci vuole poco alla conferma che il furto dei dati è una vendetta per l’arresto dei componenti della loro crew. Loro sono della stessa famiglia, #Antisec un movimento nato dalla fusione di lulzsec ed Anonymous. Insomma, si fotta l’etica della libertà di informazione, se tocchi uno dei nostri te la faccio pagare: una banda.

Cerco di far riflettere il ragazzo con cui sto parlando, che mi appare sempre più uno messo lì solo a riferire informazioni – peraltro molto simpatico!, che tra i dati trafugati e che minacciano di pubblicare molto probabilmente ci sono dati sensibili di inchieste della polizia postale: roba che possono mandare all’aria investigazioni su frodi informatiche e indagini internazionali, magari facendo saltare delle coperture (tra i primi doc ci sono anche copie di documenti). Lui mi risponde che infatti stanno visionando gli 8Gb di file per capire cosa possono pubblicare e cosa invece potrebbe essere pericoloso – l’idea che possano non essere loro a saperlo non gli passa neanche per la testa. Inoltre la release dei dati è così lenta perché i pdf trafugati sono dotati di una backdoor che localizza il lettore al di fuori della rete della Pol.Post.

Mentre parliamo GTFO mi informa che attraverso una VPN (una rete privata virtuale) gli stanno arrivando altri file, evidentemente da chi ha compiuto l’operazione o chi si occupa di selezionarli e di aspettare in linea che li vediamo insieme. Ottimo penso, mi porto a casa una notizia nuova, penso. Inizia a dirmi a grandi linee cose c’è dentro, ambasciata australiana, forze armate del belgio, Procura di Genova (cose tra l’altro già presenti nel primo file rilasciato) e anche dei documenti sui monitoraggi della loro chat. Gli chiedo se può già passarmeli – “sì, ma devi MUOVERTI”. E mi passa un link. Poi va immediatamente offline e mentre scarico, anche il download si interrompe. Evidentemente non poteva ancora divulgarli. E la conversazione finisce qui, e con essa questa strana scena da film anni ’90.

In conclusione, mi sembra che intorno alla vera crew “NKWT LOAD” che ha fatto l’attacco ci sia un gruppo di ragazzini che gli faccia da front-end in modo da gestire i media in modo efficiente e non essere scoperti direttamente. Per quanto riguarda un’analisi più profonda delle motivazioni e dell’attacco, non posso che rimandarvi al giustissimo post di Fabio Chiusi.

Nessuno ha il coraggio di togliere il crocifisso, neanche per difenderlo

Leggevo stamattina su LaStampa.it un interessante articolo di Rusconi a proposito della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sul ricorso dell’Italia contro un’altra sentenza della stessa Corte che dichiarava illecita la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche.

Nell’articolo ci sono due punti fondamentali che vengono analizzati, sui quali mi trovo prima d’accordo, poi sostanzialmente divergo.
Nel primo punto, quello su cui do fondamentalmente ragione a Rusconi, è quella del ruolo del crocifisso: in ogni sentenza della CEDU in questo campo, per giustificare il mantenimento del simbolo religioso nelle scuole o nei pubblici uffici, si va per assurdo a sminuirne il significato, svuotandolo sostanzialmente di ogni valenza religiosa. E di questo, nessuno si lagna: tutti quei cattolici che si battono per avere lì appesa la croce di legno sostanzialmente accettano che si dica che quello non sia un simbolo in cui credere, che non ci sia un valore della fede e che insomma, dallo spirituale si passa al temporale. Il crocifisso come un simbolo culturale, si dice, come tradizione. Come se mettessimo una raffigurazione di una barca nelle scuole di una ex repubblica marinara insomma. O giù di lì. Di questo “scandalo” (dovrebbe essere così se realmente si crede nella religione cattolica) nessuno rimane indignato, forse perchè nessuno ci ha mai riflettuto e pur di vincere la propria disputa, si mettono sul tavolo anche le proprie – a questo punto quanto profonde? – convinzioni?

Il secondo punto di Rusconi sul quale a mio avviso scivola grossolanamente riguarda la strada da percorrere quindi: addita come giusta una sentenza della Corte Cost. Bavarese in cui sostanzialmente, dopo una gran disputa, si decide che il crocifisso può rimanere lì fino a che qualcuno non si lamenta. Sembra una grezzata, ed in effetti lo è, ma è proprio così: nel caso di proteste, le autorità, prima scolastiche, poi man mano salendo fino alle corti statali si preoccupano di conciliare le pretese e possono arrivare, in caso, anche a rimuoverlo. Quindi sostanzialmente, finchè non rompono, lasciamo correre.
Questa a mio avviso non è affatto una soluzione ma semplicemente un nascondere la polvere sotto il tappeto, calpestando alcuni dei più basilari principi del diritto. Infatti, già in USA ed in Svizzera è stato messo in evidenza dalle rispettive Corti che affidare il ricorso ogni volta ad un singolo porta sostanzialmente all’annullamento della possibilità di ottenere giustizia perchè in fondo, chi mai ha tempo, soldi e voglia di imbarcarsi in un’avventura giuridica lunga anni per far levare un simbolo religioso per vedersi dare ragione quando magari i propri figli che si voleva tutelare saranno già belli che laureati? Non funziona, non funziona. Per non parlare di quegli altri principi spiccioli tipo l’uguaglianza delle persone e delle confessioni religiose – perchè mio fratello mussulmano in classe ha ottenuto la rimozione del crocifisso ed io che sono in un’altra scuola no? – e la certezza del diritto che verrebbe lasciato, esattamente, al caso.

La soluzione, se si vuole mantenere una parvenza di modernità e di giustizia nei confronti di tutti i cittadini e di tutte le religioni è una e facile: rimuovere ogni simbolo religioso dai luoghi pubblici. Questo è stato deciso in Svizzera e, forse esagerando (causando enormi reazioni in merito alla questione del velo) anche in Francia con una legge del 2004. Per ora la CEDU tenta di arginare il problema in sostanza non affrontandolo mai e trovando delle varie giustificazioni di volta in volta che rimettono la patata bollente allo Stato in questione (oggi l’Italia, ieri la Turchia su altre questioni), proponendo un’elasticità abbastanza inusuale e curiosa per l’organo che in effetti è/dovrebbe essere.

Beee

Voglio scrivere un post di pancia. E dedicarlo a tante persone, a chi crede di essere furbo, a chi approva la distruzione dell’Università italiana, a chi ti frega dalla mattina alla sera, a chi crede di scamparla che tanto è andata.

Alla fine, se recontano le pecore.

Verde invidia

Vi invidio da matti. Quando lo fate, non riesco a credere che ce l’abbiate fatta anche stavolta ed io invece sia rimasto fregato. E’ straordinario e veramente, a costo di essere ripetitivo, vi invidio.

Mi riferisco a voi, classe dei critici-superiori-a-prescindere: qualsiasi cosa di buono ci sia in giro, basta voltare lo sguardo a voi per sentirvi parlarne male. E non vi perdete neanche un’occasione eh! Per chi pensa di essere svelto nel capire a cosa mi riferisco, sì, mi sono ispirato alla puntata di Vieni via con me, condotto da Fazio con Saviano, in cui era ospite Benigni.

Io non sopporto Fazio e quindi amen, su questo è facile. Saviano è caduto, a mio avviso, troppo spesso in una spiccia demagogia, ma ciò che dice è sacrosanto, le storie tragiche e vere, e per di più con i fatti dimostra di dar seguito a ciò che pensa. Benigni è Benigni, per quanto sottotono. Ecco, ho letto in queste occasioni palate di commenti superiori, saccenti e presuntuosi.

E allora vi chiedo: chi siete? Cosa avete fatto? In che modo siete utili al mondo? Quando qualcuno realizza qualcosa, con che autorità la smontate dall’alto di uno scranno immaginario fatto di saccenteria e finta saggezza?
Perchè dovete criticarmi e darmi del sempliciotto, del poco arguto se certe cose mi piacciono, mi emozionano oppure se semplicemente non le trovo stupide?

Accompagnate fatti alle vostre parole, fornite della sostanza vicino ai vostri “no” perchè altrimenti sarebbe fin troppo facile sostituirvi con una macchina che dica sempre lo stesso monosillabo.

Il momento giusto

In treno.
O in metropolitana e autobus.
Oppure in una sala d’attesa.
O nel fastfood.
Oppure bo, in ogni luogo pubblico in cui si sta per un po’ di tempo.

In ognuna di queste situazioni, ad un certo punto, succede.
Arriva sempre il temuto e repentino momento in cui qualcuno apre la sua boccia d’Amuchina e se ne versa ettolitri in mano per igienizzarsi gli arti in soli 15 secondi e diffondere un insopportabile odore di finto limone per il vagone o stanza che sia.

Faenza, la città assediata dal terremoto nel 2000

Ritorna a bomba in questi giorni il tema della prevenzione e delle misure da adottare in caso di un persistente e preoccupante sciame sismico: molti non conoscono però la storia di Faenza.

L’anno è il 2000 e tutto inizia il 19 Aprile, mese evidentemente legato ai terremoti. Da questa data al 9 Maggio, culmine della paura, si registrano più di 200 scosse, un numero impressionante se si tiene conto che si verificano quasi tutte di notte: in quei giorni infatti i parcheggi sono tutti pieni, gli abitanti lasciano lì le auto anche di giorno per non perdere il posto. I negozi di sport non hanno più disponibilità di tende nè di sacchi a pelo: pochi sono quelli che ancora hanno il coraggio di dormire in casa. Ancor di meno sono quelli che riescono comunque a dormire. Le scuole sono chiuse per due giorni per gli accertamenti strutturali ed una casa di riposo di un comune limitrofo viene evacuata dopo il distacco di intonaco e di alcune controsoffittature. Il Comune allestisce cinque punti di accoglienza in caso di emergenza: un piano comunale di protezione civile che veniva da uno schema superiore regionale individuava una serie di aree da destinare a ricoveri d’urgenza e d’emergenza. La scelta era stata fatta individuando aree scoperte, non a ridosso di abitazioni – quindi in genere o zone verdi o parcheggi; l’altro criterio era stato che nella prossimità ci fossero servizi igienici disponibili. In caso di necessità comunque la struttura comunale di Protezione Civile aveva a disposizione – in proprietà – dei servizi igienici chimici prontamente installati dove mancavano. “La gente si può rivolgere ai presìdi di Croce Rossa e Protezione Civile nel parco San Marco, nel parco Stecchini, in via Fornarina angolo piazza Bologna, in piazzale Pancrazi (vicino allo stadio) e in via Calamelli“ dichiara l’assessore comunale per la Protezione Civile. In ogni punto sono allestite delle tende per chi non se la sente di dormire all’interno delle abitazioni ed un’eliambulanza sempre pronta al decollo. Ma nelle aree attrezzate, ognuna della quali può accogliere un bacino di utenza di 7000 – 8000 persone, sono state montate anche strutture ricreative, in modo che oltre che dormitori, di giorno diventano anche centri di aggregazione. Per spingere la cittadinanza ad all’uso dei “campi preventivi”, era stata portata avanti una campagna d’informazione sulla stampa locale, nei centri sociali e all’interno dei quartieri.  Una delle cinque aree è stata realizzata addirittura con dei moduli-containers forniti dalla Protezione Civile Regionale dell’Emilia Romagna. Anche ad Imola si istituisce un presidio della Protezione Civile e vengono attivati alcuni numeri telefonici dedicati all’assistenza in questa fase d’emergenza. Le scuole rimangono chiuse un paio di giorni per delle verifiche statiche dopo le forti scosse avvenute nella notte.

Il 15 Maggio i giornali locali riportano, con molto sollievo, la notizia dell’arresto del maledetto sciame sismico: solo qualche scossa strumentale è avvertita dalla popolazione ma nulla di preoccupante, ed in un paio di settimane la situazione torna nella normalità. Il bilancio di questa esperienza è molto positivo: nessuna scossa disastrosa si è verificata ed il sistema di PC locale si è dimostrato efficiente ed efficace. E’ stato messo in atto un piano di prevenzione funzionale: un modello che forse sarebbe stato possibile attuare a L’Aquila nella settimana che va dal 30 Marzo al 6 Aprile. Era possibile attrezzare alcune aree individuate in precedenza con tende e presidi medici per chi non avesse voluto trascorrere la notte nelle abitazioni del centro storico? Soltanto il bacino comunale Faenza-Forlì coinvolto nell’esperienza del 2000 è di circa 60.000 persone, a fronte delle 70.000 di L’Aquila di cui solo circa 9000 vivevano in centro: questo dato proverebbe che con una struttura locale di Protezione Civile realmente funzionante, fare della prevenzione accurata sarebbe stato possibile.

Nel caso di Faenza nessuno ha mai parlato di previsione dei terremoti: la prevenzione è ben altra cosa. E’ forse possibile ripetere questa esperienza ora, oggi, per scongiurare un pericolo causato dallo sciame che sta investendo la zona di Montereale?

Tracce false per soldi veri.

Maturità. Ogni anno tocca a qualcuno, ogni anno la solita arraffata per avere anticipazione sui temi della prima prova. Ed ogni volta, regolarmente, c’è la corsa alla bufala più clamorosa. Quest’anno il premio lo vince Scuolazoo.com che fornisce addirittura le foto di una copia delle tracce proveniente dal Ministero e indirizzata ad una commissione di Viterbo – lo si dovrebbe dedurre dal codice a barre.

Tutti i media si affrettano a dare come vera la notizia di un fantomatico blog che avrebbe passato il pdf incriminato alla redazione si scuolazoo che avrebbe poi provveduto alle dovute verifiche – “attendibile” lo definiscono. Chiaramente appena le vere buste sono aperte nelle classi, si scopre la grandezza della bufala. Per tutta la storia vi consiglio di leggere questo articolo. In redazione a BLOGmag ci siamo “divertiti” a smascherare tutti i trucchi ed ecco le 4 prove per cui quella copia era un falso fabbricato ad arte.

  1. Le domande dell’esame sono copiate quasi esattamente da un libro di letteratura italiana. Dico quasi perchè hanno fatto anche un errore di trascrizione: il ritmo della poesia di D’Annunzio diventa il rito.
  2. Il codice a barre presente sulla copia delle tracce è falso: infatti nelle vere copie il codice è diverso su ogni pagina – è progressivo – mentre quello presente su scuolazoo.com è uguale per ogni facciata. Non è facile capirlo dalle foto a bassa risoluzione ma con un po’ di attenzione si sgama subito.
  3. L’intestazione del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca è differente: oltre ad alcune differenze dei riccioli delle lettere maiuscole, clamoroso è l’errore degli apostrofi. Questi infatti sono alti e fuori posto rispetto alle lettere, come se nel font originale gli apostrofi non fossero di quel carattere. Una cafonata insomma. Vedete le foto successive per capire meglio.

    Intestazione originale 2010

    Intestazione falsa di Scuolazoo.com

  4. C’è un’altra prova che dimostra il collage che è stato fatto: se ingrandite di molto l’immagine del testo della prova potete notare una “spixelatura” a forma di rettangolo regolare intorno ad ogni testo. Se lo scritto fosse stato originale, avremmo dovuto osservare una perdita di qualità che sostanzialmente ricalcava i contorni delle lettere e non come un’evidenziazione intorno al testo. Anche qui, con un’immagine capirete meglio.

Bene, ora avete che avete le prove dei falsi, vi potrebbe balzare in mente la domanda: perchè tutto ciò? Semplice, perchè il blog in questione è stracolmo di pubblicità, di link ingannevoli verso offerte commerciali. I media nazionali, rimbalzando la notizia per tutto il pomeriggio di ieri non hanno fatto altro che regalare soldi a palate ai gestori di scuolazoo.com. Ed i furbi vincono sempre, a discapito degli studenti – un po’ meno furbi – che su quelle tracce avevano fatto affidamento.

Ps. Qui troverete una stampa del blog matura360.blospot.com che secondo scuolazoo avrebbe diffuso la copia. Si tratta chiaramente di un blog creato ieri solo per coprirsi da accuse di falso. Vi inserisco una copia .pdf perchè non so quanto durerà online questo blog… (e per trovarlo sulla rete ci vuole molta cura, credetemi!)