Amori finti e baci rubati.

Se pensate ad un bacio rubato nel caos di una città, pensate immediatamente a Le Baiser de l’Hôtel de Ville, di Robert Doisneau: questa foto infatti è stata diffusa e stampata su ogni tipo di supporto, immischiata nelle peggiori romanticherie che l’uomo abbia mai prodotto. Sputtanata, in una sola parola. Ma pochi sanno la storia dietro questa foto.

E’ stata scattata infatti nel 1950 davanti al Municipio di Parigi e per decenni è rimasto il simbolo di un momento d’amore rubato. Fino a quando nel 1993 una coppia non denunciò il fotografo per averli fotografati – e direi diffusi in tutto il mondo – senza una loro autorizzazione. Per questo il nostro Robert fu costretto ad ammettere che i due giovani innamorati erano tutto tranne che una coppia romantica: trattasi infatti di Françoise Bornet e Jacques Carteaud, due modelli professionisti (fonte: Wikipedia) che erano stati ripagati con delle stampe originali della foto per la loro splendida posa – e potete immaginare quanto valgano oggi quegli originali..

Fin qui è noto. In realtà poi Denis Curti, direttore dell’agenzia Contrasto, racconta che Doisneau gli confessò di aver di fatto costruito tutta la scena, pedoni ed uomo seduto compresi, come in un set cinematografico. Insomma, la foto più “istantanea” e rubata della storia è una finzione scenica.

Non mi sorprenderebbe se molte alte fotografie, anche e specialmente di guerra – come i Marines americani che sorreggono l’asta mentre piantano la bandiera a stelle e strisce – siano in realtà foto studiate e realizzate con scienza. La domanda piuttosto è: la finzione toglie qualcosa alla bellezza di questi scatti?

Costruirsi una mini softbox con una vaschetta di gelato – Tutorial

Una delle più grandi leggende del fai-da-te fotografico è sicuramente il diffusore (softbox) per il flash costruito utilizzando una vaschetta di gelato. In internet si trovano alcuni suggerimenti più o meno inutili, che si limitano a bucare la vaschetta, metterci il flash e ricoprirlo di carta da forno. Io ho voluto osare ed ho sperimentato – molto sperimentato – per voi un nuovo modello un po’ più evoluto. All’interno avrà la carta stagnola per aumentare la luminosità e sul davanti potete porre quello che vi pare, dalla carta da forno, ad una busta di plastica alla fetta di prosciutto – quest’ultima è fortemente sconsigliata dagli esperti.

Attenzione: il tutorial è valido solo per i flash esterni e non per quelli integrati nella macchinetta.
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La quintessenza del ‘no grazie’.

LA foto.

Vado sul personale: alla larga chiunque la pensi da me, sapete che non tollero critiche quando si tratta delle mie idee e delle mie riflessioni che vanno al di là della politca/attualità/musica/fotografia (e già qui le tollero poco)/altre cose contingenti.

Questa che segue potrebbe risultarvi la storia di una riflessione banale, ma non lo è stata per il sottoscritto, anzi, ha forse marcato una sottilissima linea: prima credevo che, ora no.

Un sabato mattina imprecisato ho svolto il mio primo vero e proprio colloquio di lavoro, come quelli che si vedono nei film, io al di qua della scrivania, il tipo che si segna i miei dati, mi fa domande tipo ‘come ti definiresti in un aggettivo’, ‘a quale animale ti assoceresti’ – ok, l’ultimo l’ho inventato, ma in quel momento ero sicuro che me l’avrebbe chiesto subito dopo. Con molta modestia, credo che sarebbe andato comunque a buon fine questo incontro, dato che a) sono stati loro a chiamarmi e non io b) erano molte poche le persone che stavano selezionando c) ho fatto finta di essere proprio la persona giusta al posto ed al momento giusto (e su quest’ultimo punto sicuramente mi avrà preso per un povero scemo..). Comunque, alla fine, ho detto ‘No grazie, non sono interessato’.

Ma che lavoro era? A dirla così, era l’inizio di quello che ho sempre desiderato: era un colloquio per fare da assistente in un grande studio fotografico di Bologna. Insomma, ero con un piede già nella tanto citata gavetta, ossia quella fase in cui chi è più figo di te fa di tutto per impedirti di fare il suo stesso mestiere. ‘Amo definire il ruolo per il quale sei qui – mi dice – come servo della sala di posa: prendere il materiale dal corriere, montare il set (montare nel senso di legno, trapano, martello e chiodi), sistemare tutto. Poi arrivo io e scatto. Poi tu torni e smonti e pulisci e rimetti a posto. Non ti chiedo di pulire lo studio perchè chiaramente c’è una donna delle pulizie, ma sai, in sala pose lei non può assolutamente entrare.’

Premesso che non sono uno propenso ad ammazzarmi di lavoro, a queste parole ero abbastanza titubante, nonostante comunque si sarebbe trattato di lavorare tre pieni la settimana, retribuiti non malamente. E che dopo comunque un lavoro del genere avrebbe pesato abbastanza nel mio eventuale ‘curriculum fotografico’. Ci devi passare per forza se vuoi fare questo mestiere nella vita mi sono detto, e mi dicono.

Ma principalmente sono state due le cose che mi hanno scoraggiato e mi hanno portato poi a dire, con estremo gusto devo confessare, no grazie:

  1. Finire a fotografare centinaia di borse della Mandarina Duck o preparare foto per le pubblicità di Bartolini, per quanto possano essere lavori importanti, sono l’opposto dell’ideale che ho della fotografia – i miei affezionati ricorderanno in proposito un vecchio post su questo blog.
  2. L’idea di diventare uno spocchioso sinistroide con uno studio arredato in design art nouveau mi spaventa veramente troppo. Per quanto possa essere maledettamente affascinante.

Per questo, sono andato via. Grazie ed arrivederci, preferisco continuare a scattare per conto mio ed a sognare che un giorno possa fare la fotografia che piace a me, quella vissuta e sudata, quella sporca, quella imperfetta, quella vera. E se non succederà, avrà comunque il fascino di un sogno mai realizzato e tenuto sospeso, sempre meglio di una deludente realtà.

Come si cambia per non morire

Per nove mesi ho più o meno inconsciamente tentato di capire in come ed in cosa mi abbia potuto cambiare il terremoto: la cosa più naturale è che dopo una simile tragedia, i problemi apparenti nella vita di tutti i giorni diventino minimi davanti a tutto ciò che c'è da affrontare. Falso: semmai il contrario. Ti fai forza per vivere senza una casa, senza nulla di tuo, senza più i tuoi amici ma i vecchi e bastardi problemucci di cuore, per esempio, ti continuano a spiazzare e a dar fastidio ancora di più di prima se possibile.

Dicevo, ho cercato di autoanalizzarmi e capire cosa in me era cambiato, senza alcun risultato. Rimanevo sempre lo stesso stupido di prima, bene o male. Poi dopo nove mesi, una lucina in fondo mi ha fatto venire in mente cosa c'è di diverso – credo: è cambiato il mio modo di approcciare alla fotografia.

Non riesco più a sentir mie delle foto che non abbiano una storia, un significato, una vita dietro di sè. Non che non le scatto più – anzi incredibilmente il mio Flickr si è riempito di foto spazzatura – ma non mi danno soddisfazione, gusto. Non le rivedrei più quelle foto, non hanno nulla di me. Non che sia mai stato un fotoreporter dagli scenari di guerra, ma scattare il dolore, che era il mio dolore, immortalare la rabbia e la gioia che scaturiscono dalle fasi successive del dolore, legare ad ogni fotogramma tante vite e tante storie ora mi fanno sembrare tutto il resto, che magari può essere anche esteticamente gradevole, vuoto ed inutile.

La mia crisi fotografica potrebbe essere benissimo anche una crisi più ampia a livello personale, ma è troppo grande per capirla e comunque, senza offesa, non ne parlerei con voi.

Non so cosa fare in questo momento, se intraprendere una via di redenzione e di autopsicoipnosirevelation (eh?) e tornare quello di prima che fotografa anche delle giostrine abbandonate sotto la neve oppure decidere di fotografare solo ciò che mi da un senso, cioè storie e vite.

Sono visivamente imbarazzato.

P.s. Si accettano consigli, anche psichiatrici.