
LA foto.
Vado sul personale: alla larga chiunque la pensi da me, sapete che non tollero critiche quando si tratta delle mie idee e delle mie riflessioni che vanno al di là della politca/attualità/musica/fotografia (e già qui le tollero poco)/altre cose contingenti.
Questa che segue potrebbe risultarvi la storia di una riflessione banale, ma non lo è stata per il sottoscritto, anzi, ha forse marcato una sottilissima linea: prima credevo che, ora no.
Un sabato mattina imprecisato ho svolto il mio primo vero e proprio colloquio di lavoro, come quelli che si vedono nei film, io al di qua della scrivania, il tipo che si segna i miei dati, mi fa domande tipo ‘come ti definiresti in un aggettivo’, ‘a quale animale ti assoceresti’ – ok, l’ultimo l’ho inventato, ma in quel momento ero sicuro che me l’avrebbe chiesto subito dopo. Con molta modestia, credo che sarebbe andato comunque a buon fine questo incontro, dato che a) sono stati loro a chiamarmi e non io b) erano molte poche le persone che stavano selezionando c) ho fatto finta di essere proprio la persona giusta al posto ed al momento giusto (e su quest’ultimo punto sicuramente mi avrà preso per un povero scemo..). Comunque, alla fine, ho detto ‘No grazie, non sono interessato’.
Ma che lavoro era? A dirla così, era l’inizio di quello che ho sempre desiderato: era un colloquio per fare da assistente in un grande studio fotografico di Bologna. Insomma, ero con un piede già nella tanto citata gavetta, ossia quella fase in cui chi è più figo di te fa di tutto per impedirti di fare il suo stesso mestiere. ‘Amo definire il ruolo per il quale sei qui – mi dice – come servo della sala di posa: prendere il materiale dal corriere, montare il set (montare nel senso di legno, trapano, martello e chiodi), sistemare tutto. Poi arrivo io e scatto. Poi tu torni e smonti e pulisci e rimetti a posto. Non ti chiedo di pulire lo studio perchè chiaramente c’è una donna delle pulizie, ma sai, in sala pose lei non può assolutamente entrare.’
Premesso che non sono uno propenso ad ammazzarmi di lavoro, a queste parole ero abbastanza titubante, nonostante comunque si sarebbe trattato di lavorare tre pieni la settimana, retribuiti non malamente. E che dopo comunque un lavoro del genere avrebbe pesato abbastanza nel mio eventuale ‘curriculum fotografico’. Ci devi passare per forza se vuoi fare questo mestiere nella vita mi sono detto, e mi dicono.
Ma principalmente sono state due le cose che mi hanno scoraggiato e mi hanno portato poi a dire, con estremo gusto devo confessare, no grazie:
- Finire a fotografare centinaia di borse della Mandarina Duck o preparare foto per le pubblicità di Bartolini, per quanto possano essere lavori importanti, sono l’opposto dell’ideale che ho della fotografia – i miei affezionati ricorderanno in proposito un vecchio post su questo blog.
- L’idea di diventare uno spocchioso sinistroide con uno studio arredato in design art nouveau mi spaventa veramente troppo. Per quanto possa essere maledettamente affascinante.
Per questo, sono andato via. Grazie ed arrivederci, preferisco continuare a scattare per conto mio ed a sognare che un giorno possa fare la fotografia che piace a me, quella vissuta e sudata, quella sporca, quella imperfetta, quella vera. E se non succederà, avrà comunque il fascino di un sogno mai realizzato e tenuto sospeso, sempre meglio di una deludente realtà.