Messaggi subliminali

La sala stampa è famosa per avere delle comodità a disposizione gratuita: parlo di internet e corrente, così come caffè ed acqua. Ma stavolta la cosa è tragica: in quantità molto superiore alla rete ed all’energia elettrica, sono presenti milioni di baci perugina. Tonnellate di baci messi in vari boccioni di vetro sempre riempiti da qualcuno – forse un folletto della cioccolata. Vanno via come popcorn e il peso medio dei giornalisti qui sta lievitando clamorosamente, frenato forse solamente dalle impervie salite di Perugia.

Stanno instillando in noi dipendenza da Bacio perugina. Non so come potremo fare una volta chiuso il festival. Aiuto.

Good Morning Festival

Domenica 25, ore 8.50: Perugia è vuota silenziosa e pulita. Si riposa, come un uomo dopo l’orgasmo, dopo aver sparato la sua cartuccia migliore – Al Gore e Saviano – cercando una boccata d’aria fresca ed un’oretta di relax prima di ricominciare.

Qualche volontario è in giro, l’ufficio stampa a quest’ora della mattina è frequentato da pochi affezionati, i pochi che si sono svegliati dopo la serata, e diciamolo, ha finalmente la dimensione di un ufficio stampa normale. Non come gli altri giorni in cui c’erano più scrittori che lettori. Proporrò di leggerci a vicenda.

Scarichiamo le foto di ieri, consci che forse nessuno le utilizzerà mai, ma ci hanno chiesto di farlo e quindi siamo qui scattanti: la mattina presto è tutta degli operatori. I giornalisti, quelli fighi, a quest’ora dormono.

Ci sto prendendo la mano

Fa figo. Indubbiamente fa molto figo correre in giro, scattare, intervistare, ricorrere in sala stampa, scaricare, scrivere, condividere.
E la tecnologia è una cosa veramente molto figa.

Ma il tutto è molto stancante.
Ok, parlando di cose serie, conferenza anticlericale con Gianluigi Nuzzi, autore di Vaticano S.p.a. Il momento più alto quando il pubblico ha capito che si può essere contro la Chiesa pur essendo di destra ed avere come direttore Belpietro. Un bel passo avanti.

Di chi fa la notizia.

Inutile scrivere su quello che sta succedendo al #ijf10: decine e decine di giornalisti che scrivono di tutto in tutte le forme, chi meglio chi peggio, chi con interviste video, chi è ancora affezionato alla carta ed alla penna.

Tanto vale parlare di chi parla: in tutte le conferenze a cui hanno partecipato i mostri sacri – o tromboni – del giornalismo, è arrivato inevitabile il momento in cui i “tradizionalisti” parlano con più o meno timore dell’avvento del web, degli strumenti multimediali e più in genere del fantasma del citizen journalism. Ossia, tutti possono farlo, la democatizzazione radicale del mestiere di giornalismo.

E, guardando la sala stampa, è evidente come fanno bene ad essere impauriti i vecchi professionisti del settore: giovani giovani giovani ed ancora giovani che con un portatile ed una connessione – molto precaria c’è da aggiunger – fanno un sano giornalismo senza nulla da invidiare alle grandi testate. In fondo ormai la notizia corre veloce sul web e i ragazzi corrono di click in click su twitter, facebook, wordpress e altre piattaforme assortite che offrono la possibilità di condividere anche contenuti audio e video. Basti pensare che il logo del Festival di quest anno #ijf10 è piuttosto un hastag, ossia una specie di codice utilizzato in Twitter per identificare una discussione e ricercarla facilmente (ad es. #obama oppure #olimpiadi).

Questo è il concetto del web 2.0, se non addirittura 3.0: se la prima fase permetteva l’accesso ad ogni tipo di informazione a tutti gli utenti della rete, il passo in avanti è stata la possibilità data a tutti di essere la fonte stessa della notizia. Non c’è più un confine tra chi usufruisce dei canali di informazione e chi invece l’informazione la fa.

Vi lascio quindi con una domanda che mi hanno posto dei ragazza del Festival che stavano girando un video qui ieri sera. Si al Citizen Journalism, ma vi fareste operare da un Citizen Neurochirurgo?

Ed ora scusate, scappo a seguire un panel e poi torno col live-blogging.